Il miraggio al di là del muro

I giornali riportano la notizia dell’ennesimo naufragio nel Canale di Sicilia. A memoria d’uomo, non si ricorda un’ecatombe del mare di tali proporzioni. I cadaveri un tempo affioravano dopo le battaglie e i naufragi, durante le guerre… Ma da dieci anni a questa parte parrebbe tempo di pace. La gente, quanti non voltano la faccia dall’altra parte, si chiede cosa stia accadendo. Cosa spinga questi disperati, che spesso non sanno neppure nuotare, a salire sui relitti del mare, in balia di pirati e banditi. A investire nel viaggio i risparmi di una vita. In Afghanistan ho conosciuto un ragazzo di 23 anni che aveva passato 3 anni in Grecia tentando di entrare nella fortezza Europa. Lui, non sapendo nuotare, aveva tentato più volte di entrare con i gommoni, anche dall’Albania, ma sempre era stato intercettato. Aveva tentato via terra, con il sistema dei TIR, nascondendosi nei container, ma era stato fermato alla frontiera. Aveva persino tentato a piedi… Alla fine, senza più soldi, era stato arrestato dalle autorità greche perchè il su permesso temporaneo era scaduto e internato in Centro per immigrati illegali. Una delle esperienze più tremende della sua vita. Una prigione sovraffollata, cibo scarso, mancanza d’igiene. Loro, i ragazzi che avevano affrontato l’inferno per arrivare in Europa, loro, disponibili come gl’Italiani di inizio ‘900 in America, a fare qualunque lavoro, trattati come criminali e lasciati a marcire in cella.
Ma per capire perchè una persona possa giocarsi il tutto per tutto nel Mediterraneo, come alla roulette russa è necessario fare uno sforzo di comprensione. Andare all’origine, compiere il viaggio in senso inverso… In Afghanistan la guerra iniziò nel 1979, con l’occupazione sovietica. La generazione di Ibrahim nato nel ’90, ha conosciuto i signori della guerra, i talebani, e i “liberatori” della Nato. Ognuno portà altra guerra. Ad oggi il Governo afghano ha un potere limitatissimo, controlla meno del 20 % del paese. I governi usciti da interventi armati occidentali o da guerre civili in cui l’occidente prendeva le parti di uno dei contendenti sono estremamente fragili e spesso invisi alla popolazione. è significativo che l’esserciti irakeno abbia abbandonato le posizioni e tutti gli armamenti a Mosul, di fronte all’Isis, senza neppure cmbattere. è significativo che dopo tre anni di tentativi e trattative con il “legittimo governo”, la Libia sia nel caos. Gaza è chiusa dal 2006 come una scatola di sardine. Un luogo dimenticato da dio e dagli uomini, ove un milione e settecentomila palestinesi lottano quotidianamente per un letto, un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua. E in tutti questi luoghi, la responsabilità dell’occidente nella destabilizzazione regionale è schiacciante. I Talebani furono costruiti “in laboratorio” dai servizi segreti pakistani con soldi e consulenza Usa e saudita in funzione anti sovietica. L’invasione dell’Irak fu il peggior errore strategico dell’occidente e portò a una guerra civile endemica e alla disgregazione del paese. L’intervento in Libia sta seguendo una traiettoria simile. Quanto a Gaza, si tratta del peggiore fallimento della diplomazia internazionale. Di una situazione che sta velocemente scivolando verso una catastrofe umanitaria, ove si sono verificati tre bombardamenti intensivi in cinque anni sulla popolazione civile da parte d’Israele. Una stuazione che non appare avere via d’uscita. La storia d’Ibrahim è dunque una delle tante. Ogni comunità possiede un riferimento in Europa, nel tempo divenuto un miraggio. Gli afghani pensano alla comunità di Francoforte, i palestinesi all’Italia, i Magrebini alla Francia. Pensano ai loro parenti partiti negli anni ’90, quando raggiungere l’Europa era ancora relativamengte facile. Famiglie e lavoratori che al tempo vennero accolti, e che ora sono sostanzialmente integrati. Ma ciò che era compensibile un decennio fa, si è trasformato in un reato, sempre più sanzionabile. La chiusura delle porte dell’Europa non ha portato alla rinuncia dei migranti, ma al consolidarsi di bande di assassini e trafficanti disposti ad abbandonare le gente in mare per appropriarsi dei loro risparmi. Ibrahim è tornato ad Herat e si è salvato. Ma quali prospettive può dare l’Afghanistan ad un ragazzo di vent’anni? Cosa può pensare un suo coetaneo di Gaza nato e cresciuto in una galera a cielo aperto a scontare errori e scelte di altre generazioni?? Ma soprattutto, cosa faremmo noi al loro posto?? Accetteremmo di dilapidare speranza e voglia di vivere in un’attesa infinita come i loro padri, o cercheremmo una via di fuga? Ci uniremmo ai movimenti armati integralisti vagheggiando il ritorno alla purezza dell’Islam e all’emirato? Gli esseri umani non sono fatti per vivere nelle gabbie che l’Occidente sta creando dall’11 settembre 2011 in Asia. Gli esseri umani, come sancito nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo, anelano alla libertà. E per la conseguirla sono disposti a mettere a rischio la propria vita, ad affrontare il mare aperto, affidarsi ai predoni, patire la fame e la sete, rischiare di farsi centrare da una raffica di mitra. Quindi, il questo di fondo è “quanti di noi al posto di Ibrahim sarebbero rimasti a casa?”

.04esoteras

Annunci

Gaza dopo il diluvio

Hamas parla di vittoria della resistenza. Netanhyau di brillante azione difensiva e di smatellamento della rete militare a Gaza. Le rispettive delegazioni non si sono incontrate, e si è giunti al penoso compromesso di una tregua a tempo indeterminato, il che significa quasi nulla. Tutti i problemi rimangono sul campo. La condizione della gente di Gaza, intrappolata nella Striscia da 8 anni, l’apertura dei valichi con Israele e di quello con l’Egitto. La legittimità di Hamas come rappresentante del Governo locale e legittimo interlocutore. La questione del disarmo delle milizia armate a Gaza. Israele ventila, ma non emerge alcun impegno scritto, una disponibilità a portare le miglia nautiche praticabili oper i gazawni da 3 a 6, a fare entrare materali umanitari e da costruzione, a rendere più elastico il sistema dei valichi. Hamas a controllare le milizie, evitare lancio di razzi ed azioni offensive. Punto.
Duemila duecento vittime, delle quali il 75 % civili, decine di migliaia di feriti, distruzioni per oltre 6 miliardi di dollari in uno degli ambiti più martoriati del pianeta. 250 mila senza casa. Per cosa per chi, per quale risultato?? Ieri il governo Netanhyau ha dichiarato la volontà del suo governo di requisire il corridoio che collega Betlemme a Hebron, con l’intenzione di rilanciarvi gli insediamenti. Benzina sul fuoco, atto unilaterale elevato a dottrina, rimozione dei fondamenti del diritto internazionale, rilancio della punizione collettiva eletta a metodo. Una strategia che, oltre ad esasperare una situazione al limite del possibile, deleggittima le elites moderate all’interno del mondo arabo, a favore dei fondmentalisti. per l’uomo della strada la domanda di fondo è: “Cosa hanno portato vent’anni di Oslo e di mediazioni?”.
La fragilità della tregua è evidente da molti punti di vista, e dalla mancanza della condizione base: tra gli interlocutori. Colpisce l’assenza. il completo disompegno, dell’occidente, occupato dal nuovo fronte ucraino. Si lascia al governo illegittimo del generale egiziano Al Sisi la mediazione nel conflitto centrale dell’esplosivo scacchiere mediorientale. Un governo che ha messo in galera i precedenti rappresentaati eletti -che piaccia o meno i Fratelli musulmani- e che ha comminato oltre 500 condanne a morte. Ma tant’è, l’Europa è altrove…
A Gaza il programma di ricostruzione post conflitto del 2009 non era ancora terminato, così come quello del 2012 ed ora… Tre azioni militari israeliane caratterizzate da bombardamenti a tappeto su quartieri civili in cinque anni. E il mondo diplomatico dorme sonni profondi. Tony Blair, inviato speciale del Quartetto da sei anni, si gode i ricevimenti nella nuova lussuosa sede del suo staff a Gerusalemme. Ma qui appare che nessuno debba rispondere dei risultati. Basta la presenza. Infatti non si poteva trovare un candidato al ruolo più inviso nel mondo arabo, in quanto Blair è stato tra i prncipali responsabili dell’ecatombe irachena. Un’azione militare totalmente ingiustificata, che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, la disintegrazione di un paese un tempo florido, la destabilizzazione del medio Oriente.
Se la fotografia appare inclemente, in realtà sono in molti a veler ricercare strade alternative, a rendersi conto che l’attuale dinamica sta portando verso uno scontro globale. Tuttavia anche i più accaniti rottamatori, se onesti intellettualmente, devono ammettere che il ruolo negoziale dell’Italia nel dopoguerra nel Mediterraneo sia stato importante. E che la conferenza di Roma del 2006 con D’Alema Presidente del consiglio, abbia rappresentato l’unico successo diplomatico sullo scacchiere mediorientale nell’ultimo ventennio. L’accordo sul Libano ha coinvolto le milizie Hezbollah -come Hamas- considerate “terroriste”, e posto in sicirezza il confine nord d’Israele. Bene, si tratta di un segnale importante che dovrebbe essere valorizzato in una fase di rapida espansione del radicalismo islamico e di radicalizzazione dell’uniteralismo israelo-statunitense.
Sono molti a pensare che una nuova conferenza sul Mediterraneo sul modello di Roma, a cui le parti dovrebbero essere invitate a partecipare con decisione, avrebbe buone possibilità di stabilizzare la situazione. La gestione del conflitto non può essere lasciata a due parti che non si parlano, delle quali una possiede una potenza militare devastante, che periodicamente esercita senza nessuna considerazione per i diritti umani. La gestione del conflitto deve tornre priorità comune, mirando all’invio di un nuovo contingente internazionale d’interposizione sull’attuale confine tra Gaza e Israele.
Massimo Annibale Rossi

Gaza dopo il diluvio

Hamas parla di vittoria della resistenza. Netanhyau di brillante azione difensiva e di smantellamento della rete militare a Gaza. Le rispettive delegazioni non si sono incontrate, e si è giunti al penoso compromesso di una tregua a tempo indeterminato, il che significa quasi nulla. Tutti i problemi rimangono sul campo. La condizione della gente di Gaza, intrappolata nella Striscia da 8 anni, l’apertura dei valichi con Israele e di quello con l’Egitto. La legittimità di Hamas come rappresentante del Governo locale e legittimo interlocutore. La questione del disarmo delle milizia armate a Gaza. Israele ventila, ma non emerge alcun impegno scritto, una disponibilità a portare le miglia nautiche praticabili per i gazawni da 3 a 6, a fare entrare materali umanitari e da costruzione, a rendere più elastico il sistema dei valichi. Hamas a controllare le milizie, evitare lancio di razzi ed azioni offensive. Punto.
Duemila duecento vittime, delle quali il 75 % civili, decine di migliaia di feriti, distruzioni per oltre 6 miliardi di dollari in uno degli ambiti più martoriati del pianeta. 250 mila senza casa. Per cosa per chi, per quale risultato?? Ieri il governo Netanhyau ha dichiarato la volontà del suo governo di requisire il corridoio che collega Betlemme a Hebron, con l’intenzione di rilanciarvi gli insediamenti. Benzina sul fuoco, atto unilaterale elevato a dottrina, rimozione dei fondamenti del diritto internazionale, rilancio della punizione collettiva eletta a metodo. Una strategia che, oltre ad esasperare una situazione al limite del possibile, deleggittima le elites moderate all’interno del mondo arabo, a favore dei fondamentalisti. Per l’uomo della strada la domanda di fondo è: “Cosa hanno portato vent’anni di Oslo e di mediazioni?”.
La fragilità della tregua è evidente da molti punti di vista, e dalla mancanza della condizione base: l’incontro tra gli interlocutori. Colpisce l’assenza. il completo disompegno, dell’occidente, occupato dal nuovo fronte ucraino. Si lascia al governo illegittimo del generale egiziano Al Sisi la mediazione nel conflitto centrale dell’esplosivo scacchiere mediorientale. Un governo che ha messo in galera i precedenti rappresentaati eletti -che piaccia o meno i Fratelli musulmani- e che ha comminato oltre 500 condanne a morte. Ma tant’è, l’Europa è altrove…
A Gaza il programma di ricostruzione post conflitto del 2009 non era ancora terminato, così come quello del 2012 ed ora… Tre azioni militari israeliane caratterizzate da bombardamenti a tappeto su quartieri civili in cinque anni. E il mondo diplomatico dorme sonni profondi. Tony Blair, inviato speciale del Quartetto da sei anni, si gode i ricevimenti nella nuova lussuosa sede del suo staff a Gerusalemme. Ma qui appare che nessuno debba rispondere dei risultati. Basta la presenza. Infatti non si poteva trovare un candidato al ruolo più inviso nel mondo arabo, in quanto Blair è stato tra i principali responsabili dell’ecatombe irachena. Un’azione militare totalmente ingiustificata, che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, la disintegrazione di un paese un tempo florido, la destabilizzazione del medio Oriente.
Se la fotografia appare inclemente, sono in molti a voler ricercare strade alternative, a rendersi conto che l’attuale dinamica sta portando verso uno scontro globale. Tuttavia anche i più accaniti rottamatori, se onesti intellettualmente, devono ammettere che il ruolo negoziale dell’Italia nel dopoguerra nel Mediterraneo sia stato importante. E che la conferenza di Roma del 2006 con D’Alema Presidente del consiglio, abbia rappresentato l’unico successo diplomatico sullo scacchiere mediorientale nell’ultimo ventennio. L’accordo sul Libano ha coinvolto le milizie Hezbollah -come Hamas- considerate “terroriste”, e posto in sicurezza il confine nord d’Israele. Bene, si tratta di un segnale importante che dovrebbe essere valorizzato in una fase di rapida espansione del radicalismo islamico e di radicalizzazione dell’unilateralismo israelo-statunitense.
Sono molti a pensare che una nuova conferenza sul Mediterraneo sul modello di Roma, a cui le parti dovrebbero essere precettate a partecipare, avrebbe buone possibilità di stabilizzare la situazione. La gestione del conflitto non può essere lasciata a due parti che non si parlano, delle quali una possiede una potenza militare devastante, che periodicamente esercita senza nessuna considerazione per i diritti umani. La gestione del conflitto deve tornare priorità comune, mirando all’invio di un contingente internazionale d’interposizione sull’attuale confine tra Gaza e Israele.
Massimo Annibale Rossi

Macerie.

     
S1010003    

Sì, l’asilo è un mucchio di macerie. S’intravedono i nostri preziosi libri, i giochi didattici, il guscio di un laptop con l’insegna Vento di Terra. C’è molto di noi in questi rottami e se ti soffermi troppo ti giunge come uno schiaffo la voce della memoria, il giorno dell’inaugurazione, la mia inutile lagnanza allo staff perchè i bambù della fitodepurazione erano troppo radi… Ora al posto della grande cisterna c’è un cratere, perchè dopo l’accurato lavoro di spianatura con i bulldozer, l’esercito israeliano ha ritenuto centrare quello che un tempo era il cortile con un razzo da un F35… I frammenti hanno colpito le case vicine e ferito un bimbo che un tempo frequentava l’asilo, Mahmud di 6 anni. Ci aggiriamo sgomenti cercando di fissare nella mente gli archi in legno e i tetti sagomati che tante volte avevamo accarezzato con lo sguardo. Siamo qui con le maestre, molte delle quali non avevano avuto sin ora il coraggio di tornare… Ci accompagnano i bimbi, quegli stessi che per 3 anni avevano potuto sognare d’essere come tutti gli altri. Anche noi avevamo sognato. Avevamo sognato che il centro con la bandiera d’Italia e l’insegna della Unione Europea li avrebbe difesi… Così non è stato…

IMG_4173
I bimbi ci accompagnano e raccolgono disegni, pagine strappate dei nostri libri, i manifestini che pubblicizzano il nostro sportello peditrico. Lo sportello pediatrico: l’eccellenza della Terra dei bambini, in funzione da appena un anno. Ci accompagna la coordinatrice della mensa, della quale non pare essere rimasto nulla.

IMG_4182
Ma la guerra è passata con il suo carico di distruzione e morte e bisogna pensare al futuro. Allo staff è molto piaciuto il nostro slogan “la Terra dei bambini vive!!”, ma in questo momento non sento di ripeterlo, suona falso. Ma è necessario rivolgere la mente al futuro, evitare di farsi risucchiare nell’abisso della rassegnazione. e queste donne, che mi ripetono “i palestinesi sono un popolo forte”, lo sanno. Hanno deciso di riaprire l’asilo in una sede provvisoria tra dieci giorni. Già le madri ci seguono per iscrivere i figli; la comunità si muove, Giungono proposte e tante richieste. Mille abitanti del villaggio sono ancora nella scuola dell’Unrwa di Beit Hanoun. Sono quelli che hanno perso la casa. è necessario organizzare un trasporto, perchè anche i loro bimbi hanno diritto a frequentare. Non so come, ma ce la faremo… Giunge una madre e ci chiede se apriremo. “Certo” risponde sicura F, la nostra coordinatrice, “Hanno distrutto i muri, ma non il progetto… Siamo ancora qui”. Si, è vero: “La terra dei bambini vive!!.
Da Gaza, Um Al Nasser Massimo Annibale Rossi

IMG_4167

Tecnologia italiana

Il 30 luglio, durante una tregua “umanitaria” la gente era uscita a fare acquisti al mercato di Shujaiya, Gli israeliani attaccarono con l’artiglieria provocando un nuovo massacro Tra i morti, tre giovani reporter palestinesi: Rami Rayan, Mohammed al Nour al-Din al-Deiri e Sameh al-Aryan. L’artiglieria puntò infine, disintegrandole, su due ambulanze giunte per raccogliere i feriti. In quell’occasione la gente di Gaza comprese che nessun mezzo le sarebbe stato risparmiato dall’esercito d’Israele.
Gli ultimi giorni prima della tregua furono i più pesanti. Oltre il mercato , le ambulanze venne distrutto l’ospedale di El wafa e colpite tre scuole dell’Unrwa, colme di sfollati.
La gente era stremata ed era dovenuto chiaro che gli israeliani intendevano rilanciare. La moschea è il centro della vita della comunità. Luogo sacro, di preghiera, socializzazione e attività caritativa. Il Palestinian Economic Council for Development ha stimato 40 milioni di dollari di danni ai siti religiosi. I raid hanno distrutto 75 moschee e ne hanno danneggiate 205. Tra gli edifici storici, la moschea di al-Omari a Jabaliya, del 647. Israele sostiene che dai luoghi sacri della città avvenisse il lancio di missili, ma è una tesi debole. è impensabile che Hamas abbia avallato un piano di distruzione sistematica delle moschee, erigendoli a rampe di lancio. In realtà appare il fatto che Israele abbia voluto colpire più duramente possibile, per sradicare tentazione “collanborazioniste” nella popolazione di Gaza.
La Torre degli Italiani porta questo nome perchè costruita con tecnologia del nostro paese. è formata da una base a due piani che ospita bar, ristoranti e uffici e dalla torre propria, alta 14 piani. Alle 22,30 del 26 agosto, la notte prima della tregua, un militare dell’esercito ha telefonato al portinaio. La torre è un luogo residenziale, abitata dall’alta borghesia gazawni, vicina a Fatah e a posizioni moderate. Ma il verdetto era stato emesso, e l’esercito dava 20 minuti per evacuare i 56 appartamenti dello stabile. L’uomo, preso dal panico iniziò a chiamare via citofono gli inquilini, poi con il telefono, ma alcuni erano a letto e non risposero… La gente si precipitava verso la tromba delle scale -in emergenza non bisogna usare gli ascensori- . ulando, spingendo, cadendo e rischiando di perdere i bambini. Nessuno pensò a portare nulla, nemmeno i soldi, e molti uscironi in pigiama. Il portiere non riusciva a svegliare alcuni inquilini anziani ed ebbe un’idea: usare infrangendo il regolamento l’ascensore. Lo fece, e salvò molte persone, andando a picchiare con le nocche sulle porte in legno… Alla fine tutti i 56 appartamenti, un miracolo, furono evacuati. Israele colpì duro con 10 minuti di ritardo e dagli F35 partirono 14 bombe ad alto potenziale. Ma la tecnologia italiana a volte è davvero vincente e la torre, a differenza delle altre colpite in quei giorni come la Zafer Tower, crollò solo a metà,
Ieri ci siamo arrampicati nella stretta rampa di scale. Cercavamo di comprendere cosa avessero pensato in quegli istanti gli inquilini della torre più elegante di Gaza. Al primo piano una bomba enorme impediva il cammino, incastrata tra le scale e una colonna di cemento armato. Le porte in legno laccato dei pianerottoli davano un senso di normalità. ma al decimo piano una porta dul lato ovest si aprì, scoprendo l’abisso sotto di sè. Tutta la colonna era crollata. La scala continuava a risucchiarci verso l’alto, fino a raggiungere il terrazzo. La visione dal tetto appariva impressionante, evidenziando l’enormità della devastazione.
Il portiere della torre chiacchiera ora volentieri con quanti gli chiedono di quella notte. è tranquillo, altero e neppure sospetta di essere un eroe. il bar sotto la torre, a metà inondato dalle macerie e senza più neppure una vetrina, ha aperto ieri e offre dell’ottimo te alla menta. Il Proprietario, fiero, mi ha detto che “bisogna dare un segnale alla gente e riprendere a vivere”…

20140830_165206 20140830_165616 20140830_165640 20140830_165750 20140830_165833 20140830_170035 20140830_170107 20140830_170217
Da Gaza Massimo Annibale Rossi

Quartieri di confine

IMG_4455

La prima fase dell’azione si è concentrata a nord della Striscia. Quartieri e città satellite popolari e contigue al confine. Beit Hanoun, Beit Lahia, villaggi come Um Al Nasser, poi Khan Yunis e Rafah verso l’Egitto. L’invasione via terra ha investito Shujaia, periferia di Gaza City. La fanteria temeva perdite a causa dei tunnel, e prima dell’appostamento richiedeva pesanti bombardamenti sul terreno. Così interi isolati di Shujaia sono stati rasi al suolo. Gli abitanti delle prime file hanno lasciato per primi il quartiere, perchè avevano già assaggiaton l’artiglieria nel 2009.

IMG_4586

Alcuni si sono ritrovati la casa distrutta per la seconda volta. In nome della Convenzione di Ginevra, le prime tre file di case sono state sbriciolate, quindi l’artiglieria ha iniziato a colpire l’interno. Le case qui non erano state evacuate e sotto le bombe decine di feriti hanno aspettato inutilmente i soccorsi per giorni. Le strade erano infatti impraticabili e le ambulanze non potevano passare. Molti sonbo morti nell’attesa. Alcune vie appaiono irriconoscibili. Un uomo in evidente stato di shock, ci chiede a cosa serva fotografare. “Fotoreporter e televisioni son passate di qui a centinaia”. Perchè non fate nulla? Gli abbiamo stretto la mano e con calma, cercato di spiegare che noi, piccolo guscio di noce chiamato Vento di Terra, qualche cosa lo stiamo facendo. Che avrei parlato di lui e del terribile destino del quartiere ove ha vissuto la vita, cercando aiuti. L’uomo ci ha salutati con cortesia e a lunghi passi si è diretto verso il suo destino. A Shujaia, incredibilmente, il secondo giorno di tregua fervono i lavori.

IMG_4495

Notiamo una casa a quattro piani, un tempo maestosa, crivellata come un formaggio svizzero. Manca più della metà delle facciate. alcuni travi portanti sono crollate, non c’è più tetto. Ma un nuovo tratto di muro al secondo piano è già stato posato, e un bimbo ci guarda incredulo dall’alto. Bussiamo per incontrare questa coraggiosa famiglia, e ci apre un solido padre sulla cinquantina, che ci porta a fare il giro della rovina… Anche lui aveva avuto la casa semidistrutta nel 2009. Al piano terreno aveva una piccola attività per la produzione di shampo e bagnoschiuma. rimangono i macchinari e le bottigliette di plastica blu deformate.

IMG_4532IMG_4501

Come un nobiluomo d’altri tempi, illustra quelle che furono le sue proprietà e il progetto della sua vita e il destino di vivere in un quartiere troppo vicino alla frontiera. Apprendiamo che laddove i palastri di cemento armato hanno tenuto, la struttura è salva. Laddove sono incrinati, bisogna demolire. Quindi lui e i figli stanno puntellando la parte della casa sicura, a partire dal secondo piano, il meno devastato… è triste, come i suoi bimbi e la moglie, ma ci fa capire che il nostro interesse è benvenuto… Che è importante che la gente di Gaza non sia lasciata a se stessa. Alto nel cielo, invisibile, ci sorvola un drone. Mentre ci saluta il padre pensa ad un’occasione avuta in gioventù: vivere negli Stati Uniti, ove ha un fratello. Infine conclude che il suo posto è qui, fino alla prossima “azione difensiva” del potente esercito che presidia le sue finestre.

IMG_4474

Più oltre, l’ospedale del quartiere. La sua demolizione ha suscitato qualche debole protesta da parte occidentale. Gli israeliani, come loro prassi avevano dato alcune ore al personale sanitario per evacuare. I medici protestarono, trovando una sponda nelle associazioni umanitarie, avendo pazienti non trasportabili. Ma il verdetto non era discutibile, trattandosi della sicurezza nazionale d’Israele e tutti furono cacciati senza riguardi. Ora spicca sulle macerie un cartello: “Ospedele di El Wafa, distrutto da Israele”        .
Da Gaza Massimo Annibale Rossi

IMG_4663