Cittadinanza televisiva alla “Terra dei Bambini”

Claudio diventò un mito del “giornalismo indipendente” realizzando un servizio sulla prima azione israeliana a Gaza -Piombo fuso- dall’interno di un blindato con la Stella di David. Da allora il giornalismo televisivo italiano, segnato da vent’anni di primato berlusconiano, ha mirato a risolvere il problema alla radice, relegando gli esteri in un angolo. Gli inviati sono sempre meno utilizzati, a vantaggio delle agenzie. Il giornalismo d’inchiesta appare quasi estinto. La RAI è ora un’azienda, e dipende massicciamente dalla pubblicità. La politica interna e le dichiarazioni dei leader hanno acquisito uno spazio sproporzionato, ai danni dell’informazione. L’approccio ai fatti diviene unilaterale, il messaggio, edulcorato e semplificato non deve problematizzare, pena la perdita dell’audience. Esiste un buono -noi- e un cattivo, -loro, o meglio i terroristi. I giornalisti scomodi sono stati espulsi o messi nell’angolo in un progressivo processo di normalizzazione dell’informazione. Anche noi ne abbiamo fatto le spese.
Al tempo della visita della Presidente Boldrini alla “Terra dei bambini”, le testate erano presenti, e la notizia passò sui Tg nazionali. Si trattava di una visita di livello ad un progetto di punta della cooperazione italiana… Qualche mese più tardi, quello stesso centro sarebbe stato raso al suolo. Dal punto di vista giornalistico il fatto che una struttura su cui sventolava la bandiera italiana fosse stato deliberatamente demolito dalle ruspe israeliane, aveva un rilievo maggiore rispetto alla prima. Ma sul fatto calava un pesante silenzio. Silenzio riconfermato quando alla Camera venne presentata una mozione per chiedere conto dell’azione allo Stato d’Israele. Mozione bocciata, ma che portava in sè una serie di problematiche e interrogativi, non ultimo rispetto alla nostra dignità nazionale.
In Francia il dibattito sul possibile riconoscimento dello Stato palestinese ha infiammato la stampa per settimane. Ma in Italia no. La votazione è stata mestamente rimandata a data da destinarsi e per tutti valgano le lapidarie dichiarzioni di Renzi sull’argomento. Il fatto che le menti più brillanti del giornalismo d’inchiesta siano state zittite costituisce una perdita gravissima per la crescita civile e culturale del nostro paese. Che alla -relativa- caduta del berlusconismo non sia seguirta una fase di apertura dell’informazione è indice di un’avvenuta assuefazione, uno status quo che va bene ai più. Se a molti la paggeria progrogressista di Fabio Fazio appare stucchevole, colpisce che pochissimi realizzino che, a fronte della presenza di scrittori e artisti israeliani, non appaia mai un intellettuale arabo.
Comprendere il punto di vista dell’altro è un processo duro, scomodo, scabroso. Mette in luce i nostri errori, le nostre debolezze, il fatto che la storia non sia un processo lineare e quantomeno semplificabile. La storia ufficale viene scritta dai vincitori, ma è subita dalle vittime. Vittime che a volte si ribellano abbandonandosi alla cieca vendetta, le cui vite si perdono nell’abisso del fanatismo. Ma è il comprendere i meccanismi, i processi che sottendono la crescita dell’odio e la contrapposizione, che può illuminare. I giornalisti veri, che siano usciti dalla macchina mediatica, attendano un’occasione o agiscano in ottemperanza al nuovo corso, sono consapevoli del disastro attuale. La comunicazione di massa passa ancora attraverso gli strumenti tradizionali, la televisione in primo luogo. La rete è cresciuta esponenzialmente, ma si presenta ad un’utenza non sensibilizzata come un unicuum di informazioni disorgniche. Le rivelazioni “sensazionali” dei negazionisti della Shoah, stanno alle testimonianze dei sopravvissuti dei campi di sterminio. Ciò non significa che la comunicazione WEB non sia importante. Significa che lo è proporzionalmente al livello culturale e critico di chi la riceve. Tra i temi scabrosi, l’Oscar va costantemente alla Palestina. Ma se da anni i giornalisti lamentano i “niet” della redazioni alle loro proposte, appare evidente che la rassegnazione non risolve. Il tema da dibattere ora è il senso di supportare una macchina mediatica culturalmente deprivante e quali siano prospettive, nuovi strumenti e possibili vie di uscita.

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