Nel giorno della Shoah

Hannah Arendt racconta nella “Banalità del male” del processo ad Adolf Eichmann, figura di primo piano della macchina di morte nazista, tenutosi a Tel Aviv nel 1961. Dopo anni di silenzio sulla Shoah, i sopravvissuti vivevano la straordinaria opportunità di vedere uno dei peggiori aguzzini del popolo ebraico dietro le sbarre e di poter testimoniare la realtà dei campi di sterminio. Uno di loro era uno scrittore, divenuto famoso per un romanzo sulla sua esperienza ad Aushwitz, “La casa delle bambole”. Al processo aveva deposto descrivendo i crimini dell’universo concentrazionario con lucidità, quasi estraneazione. Il Pubblico ministero aveva usato lo pseudonimo con il quale pubblicava: ka – tzenik 135633. Era il suo numero di prigionia, tatuato sul braccio. Famosa diventò l’immagine dell’improvviso svenimento del testimone, avvenuto non appena l’avvocato utilizzò il suo vero nome.Yehiel de Nur era sopravvisuto ai campi scindendo la propria personalità: analizzando l’orrore come un ricercatore, come altro da sè. Il richiamo alla sua identità portava dunque alla collisione con la realtà della esperienza. è la stessa dimensione narrata dal grande psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim, internato dopo l’Anshluss. Bettelheim fu liberato dopo un anno su pressione internazionale, e sopravvisse anch’egli scindendosi, facendo prevalere l’identità di scienziato. Ciò che suggeriscono le storie di De Nur e Bettleheim è l’impossibilità di sostenere la bestialità umana totalmente dispiegata. Il nazismo è la parte oscura, espressione del delirio di onnipotenza, della psicopatia collettiva, che periodicamente contagiano l’umanità. Ma la Shoah staglia sulle tragedie recenti e passate come un capitolo a parte. La pianificazione scientifica del massacro, il sadismo contro il popolo sacrificale reso sistema e ideologia appartiene ad un altro universo di senso. Un contesto ove, al di là delle testimonianze dei sopravvissuti, regna il silenzio, in quanto non esistono parole per descriverlo. Una mia amica ebrea mi raccontò che della sua famiglia fuggirono al tempo delle deportazioni solo gli uomini. Non per incoscienza, ma perchè fino allora era considerato inconcepibile che un esercito andasse a caccia di bambini. Primo Levi testimonia come accampati nei primi centri di raccolta, gli ebrei italiani si cucinassero alla buona una pastasciutta, come non avessero il lontano sentore del destino che li attendeva. Alcuni di loro in Piemonte si erano consegnati spontaneamente alle autorità.
Ma oltre che dai “Volonterosi carnefici di Hitler”, lo sterminio degli ebrei europei fu frutto di una spaventosa indifferenza internazionale. I codici segreti tedeschi erano stati decriptati all’inizio della guerra e le potenze alleate sapevano cosa si celasse dietro i cancelli di Aushwitz. Nelle fasi finali del conflitto furono rase al suolo città e villaggi tedeschi, ma mai un ordigno fu scagliato sui binari che portavanio ai lager o sui campi. Uno degli episodi più controversi della guerra riguarda lo sbarco in Sicilia del 1943. L’URSS era stata attaccata due anni prima e non aveva alcuna possibilità di difendersi della tremenda macchina bellica hitleriana. I nazisti penetrarono profondamente in territorio russo senza gravi difficoltà. Ma in pochi mesi i sovietici riuscirono nell’impresa di ricostruire le fabbriche di armamenti dietro le linee e di realizzare una rapidissima riorganizzazione dell’Armata Rossa. La situazione disperata nel 1942, motivò Stalin a indirizzare appelli pressanti agli Alleati pechè aprissero un secondo fronte. Il secondo fronte venne aperto, ma incredibilmente lontano, in Africa. “Perchè percorrere tutta la penisola italiana conquistando città per città, invece di sbarcare direttamente in Liguria o a Marsiglia?”. Molti storici sostengono che la priorità per l’Inghilterra fosse cautelare il trasporto navale e il contatto con le colonie asiatiche, consolidando il controllo sul Mediterraneo e il canale di Suez. Altri ipotizzano che l’intervento fu volutamente rallentato per lasciare l’URSS comunista a fronteggiare il grosso della massa d’urto nazista. L’URSS contò in effetti alla fine del conflitto 20 milioni di vittime.
Qualunque punto di vista si assuma, resta il fatto della sostanziale indifferenza allata per la macchina di sterminio nazista. E ancora nella cattolicissima Polonia, gremita di clerici e sacerdoti, i macelli quotidiani dei ghetti e l’internamento di un terzo della popolazione del paese non potevano passare inosservati. Tuttavia la Chiesa guidata da Pio XII non giunse mai alla sperata denuncia dei crimini del nazismo. Dopo la guerra il Vaticano diede copertura ai gerarchi per lasciare l’Europa e raggiungere Argentina e Brasile e Pio XII venne beatificato dai suoi successori. Il mondo, mentre gli angeli con la stella di David passavano per le ciminiere di Aushwitz, aveva dunque altre priorità. L’Europa, L’Europa tutta, dalla Francia collaborazionista, ai macellai rumeni di Antonescu, ai repubblichini di Salò, ha una responsabilità enorme nella Shoah, che tuttavia non si assume. Prevale un’indifferenziata solidarietà per le vittime, che non esita in una difesa reale e fattiva dei diritti umani fuori dalle proprie frontiere.

Milano, 27 gennaio 2015

Massimo Annibale Rossi

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