La politica dei nobili intenti

Dalla pagina Fb dell’On. Manlio di Stefano: “Oggi in parlamento si sarebbe dovuto votare la mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina ma il PD ha posto il veto influenzando SEL che ha ritirato la mozione dal calendario (attenzione però perché sarebbe bastato un no del suo capogruppo per votarla lo stesso)”.
Diremo che non ci sorprende, perchè in politica estera la distanza tra intenzioni e azioni è divenuta estrema. Dunque il Ministro Mogherini aveva più volte dichiarato la necessità di restituire diritti e stato ai palestinesi, nel rispetto della sicurezza d’Israele. Se difendere le residue possibilità di pace appare una priorità a fronte della spirale di fondamentalismo che infiamma il Medioriente, pochi hanno il coraggio di fare il passo. Il fatto è che mentre l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha riconosciuto lo Stato d’Israele nel 1987, quast’ultima non ha fatto altrettanto per la Palestina. Anzi Sharon e Netanyahu, acerrimi nemici di Oslo, hanno fatto arretrare anni luce la prospettiva di un accordo. Un generale inquisito per orrendi crimini di guerra, un leader esponente del movimento dei coloni, campioni del diritto d’Israele a trattare munu militari i Territori a tempo indeterminato, non davano e non danno la minima garanzia di volontà di un rilancio negoziale. Il progressivo annichilimento della capacità politica, della rete sociale e la ghettizzazione della parte più debole si sono concretizzati sotto gli occhi distratti delle diplomazie europee. Si è digerita la logica del “fatto sul campo” per cui un reato internazionalmente sancito -la colonizzazione – se reiterato non è più tale. Bisogna “riconoscere i cambiamenti intercorsi”, dal Vangelo di Bush figlio. Quindi è possibile digerire 47 anni di occupazione militare e legge marziale, il raddoppio delle colonie nel mentre si dichiarava di sedere al tavolo di pace, la costruzione del Muro di separazione, la sottrazione fattiva dal 1948 del 90 % del territorio ai palestinesi, l’assedio ed infine 3 terrificanti azioni militari in pochi anni ai danni di Gaza. E nonostante appaia evidente che l’inferno costruito a misura di palestinese rappresenti il propellente più efficace per il proselitismo fondamentalista in tutto l’Islam, per i politici nostrani “non è ancora tempo”. Dopo 67 anni di conflitto, decine di migliaia di morti, mezzo secolo di occupazione, il Medio oriente in fiamme, “non è ancora tempo” per sostenere la proclmazione di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano.
Per un politico Usa o europeo, andare oltre le dichiarazioni generiche sui diritti palestinesi e compiere un atto per la loro difesa costituisce un notevole rischio. Le comunità ebraiche, gli istituti a loro legati, i media pro israeliani utilizzano l’accusa di antisemitismo come una clava. L’accusa può essere più velata, ma una campagna che dipinga un leader come vicino alla massa indistinta dei “terroristi”, ne può stroncare la carriera. Ne sa qualcosa Massimo D’Alema, candidato due mandati fa per il Ministero esteri UE e scalzato a favore della scipita Baronessa Ashton. Correva l’anno 2009 e improvvisamente il prudente e sagace baffo dell’organizzatore della Conferenza del Mediterraneo fu associato alle fazioni armate fondamentaliste. Su tutti i media, sul WEB imperversò una foto ove l’ex Presidente del Consiglio camminava a braccetto del deputato Hezbollah Hussein Haji Hassan. Foto scattata a Beirut nel 2006, durante una visita dell’allora Ministro degli esteri nei quartieri sciti devastati dai bombardamenti israeliani.

d'alema

Da allora l’atteggiamento politico del gettare il sasso -vedi discorso di Barak Obama al Cairo- per poi ritirare la mano -vedi voti USA all’ONU sul tema Palestina e dichiarazioni dello stesso- è divenuto prassi. Nonostante le pressioni e la potenza mediatica degli attacchi ai politici dissidenti, una crepa si è aperta nel fronte occidentale con la decisa posizione assunta dalla Svezia, con i voti incoraggianti dei parlamenti francese, inglese, spagnolo e dell’Unione Europea. Ma L’Italia no. In Italia, nonostante il passato d’abile negoziatore con il mondo arabo, non si è giunti neppure ad una votazione.

25 gennaio, Massimo Annibale Rossi

Cittadinanza televisiva alla “Terra dei Bambini”

Claudio diventò un mito del “giornalismo indipendente” realizzando un servizio sulla prima azione israeliana a Gaza -Piombo fuso- dall’interno di un blindato con la Stella di David. Da allora il giornalismo televisivo italiano, segnato da vent’anni di primato berlusconiano, ha mirato a risolvere il problema alla radice, relegando gli esteri in un angolo. Gli inviati sono sempre meno utilizzati, a vantaggio delle agenzie. Il giornalismo d’inchiesta appare quasi estinto. La RAI è ora un’azienda, e dipende massicciamente dalla pubblicità. La politica interna e le dichiarazioni dei leader hanno acquisito uno spazio sproporzionato, ai danni dell’informazione. L’approccio ai fatti diviene unilaterale, il messaggio, edulcorato e semplificato non deve problematizzare, pena la perdita dell’audience. Esiste un buono -noi- e un cattivo, -loro, o meglio i terroristi. I giornalisti scomodi sono stati espulsi o messi nell’angolo in un progressivo processo di normalizzazione dell’informazione. Anche noi ne abbiamo fatto le spese.
Al tempo della visita della Presidente Boldrini alla “Terra dei bambini”, le testate erano presenti, e la notizia passò sui Tg nazionali. Si trattava di una visita di livello ad un progetto di punta della cooperazione italiana… Qualche mese più tardi, quello stesso centro sarebbe stato raso al suolo. Dal punto di vista giornalistico il fatto che una struttura su cui sventolava la bandiera italiana fosse stato deliberatamente demolito dalle ruspe israeliane, aveva un rilievo maggiore rispetto alla prima. Ma sul fatto calava un pesante silenzio. Silenzio riconfermato quando alla Camera venne presentata una mozione per chiedere conto dell’azione allo Stato d’Israele. Mozione bocciata, ma che portava in sè una serie di problematiche e interrogativi, non ultimo rispetto alla nostra dignità nazionale.
In Francia il dibattito sul possibile riconoscimento dello Stato palestinese ha infiammato la stampa per settimane. Ma in Italia no. La votazione è stata mestamente rimandata a data da destinarsi e per tutti valgano le lapidarie dichiarzioni di Renzi sull’argomento. Il fatto che le menti più brillanti del giornalismo d’inchiesta siano state zittite costituisce una perdita gravissima per la crescita civile e culturale del nostro paese. Che alla -relativa- caduta del berlusconismo non sia seguirta una fase di apertura dell’informazione è indice di un’avvenuta assuefazione, uno status quo che va bene ai più. Se a molti la paggeria progrogressista di Fabio Fazio appare stucchevole, colpisce che pochissimi realizzino che, a fronte della presenza di scrittori e artisti israeliani, non appaia mai un intellettuale arabo.
Comprendere il punto di vista dell’altro è un processo duro, scomodo, scabroso. Mette in luce i nostri errori, le nostre debolezze, il fatto che la storia non sia un processo lineare e quantomeno semplificabile. La storia ufficale viene scritta dai vincitori, ma è subita dalle vittime. Vittime che a volte si ribellano abbandonandosi alla cieca vendetta, le cui vite si perdono nell’abisso del fanatismo. Ma è il comprendere i meccanismi, i processi che sottendono la crescita dell’odio e la contrapposizione, che può illuminare. I giornalisti veri, che siano usciti dalla macchina mediatica, attendano un’occasione o agiscano in ottemperanza al nuovo corso, sono consapevoli del disastro attuale. La comunicazione di massa passa ancora attraverso gli strumenti tradizionali, la televisione in primo luogo. La rete è cresciuta esponenzialmente, ma si presenta ad un’utenza non sensibilizzata come un unicuum di informazioni disorgniche. Le rivelazioni “sensazionali” dei negazionisti della Shoah, stanno alle testimonianze dei sopravvissuti dei campi di sterminio. Ciò non significa che la comunicazione WEB non sia importante. Significa che lo è proporzionalmente al livello culturale e critico di chi la riceve. Tra i temi scabrosi, l’Oscar va costantemente alla Palestina. Ma se da anni i giornalisti lamentano i “niet” della redazioni alle loro proposte, appare evidente che la rassegnazione non risolve. Il tema da dibattere ora è il senso di supportare una macchina mediatica culturalmente deprivante e quali siano prospettive, nuovi strumenti e possibili vie di uscita.

Nel giorno della Shoah

Hannah Arendt racconta nella “Banalità del male” del processo ad Adolf Eichmann, figura di primo piano della macchina di morte nazista, tenutosi a Tel Aviv nel 1961. Dopo anni di silenzio sulla Shoah, i sopravvissuti vivevano la straordinaria opportunità di vedere uno dei peggiori aguzzini del popolo ebraico dietro le sbarre e di poter testimoniare la realtà dei campi di sterminio. Uno di loro era uno scrittore, divenuto famoso per un romanzo sulla sua esperienza ad Aushwitz, “La casa delle bambole”. Al processo aveva deposto descrivendo i crimini dell’universo concentrazionario con lucidità, quasi estraneazione. Il Pubblico ministero aveva usato lo pseudonimo con il quale pubblicava: ka – tzenik 135633. Era il suo numero di prigionia, tatuato sul braccio. Famosa diventò l’immagine dell’improvviso svenimento del testimone, avvenuto non appena l’avvocato utilizzò il suo vero nome.Yehiel de Nur era sopravvisuto ai campi scindendo la propria personalità: analizzando l’orrore come un ricercatore, come altro da sè. Il richiamo alla sua identità portava dunque alla collisione con la realtà della esperienza. è la stessa dimensione narrata dal grande psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim, internato dopo l’Anshluss. Bettelheim fu liberato dopo un anno su pressione internazionale, e sopravvisse anch’egli scindendosi, facendo prevalere l’identità di scienziato. Ciò che suggeriscono le storie di De Nur e Bettleheim è l’impossibilità di sostenere la bestialità umana totalmente dispiegata. Il nazismo è la parte oscura, espressione del delirio di onnipotenza, della psicopatia collettiva, che periodicamente contagiano l’umanità. Ma la Shoah staglia sulle tragedie recenti e passate come un capitolo a parte. La pianificazione scientifica del massacro, il sadismo contro il popolo sacrificale reso sistema e ideologia appartiene ad un altro universo di senso. Un contesto ove, al di là delle testimonianze dei sopravvissuti, regna il silenzio, in quanto non esistono parole per descriverlo. Una mia amica ebrea mi raccontò che della sua famiglia fuggirono al tempo delle deportazioni solo gli uomini. Non per incoscienza, ma perchè fino allora era considerato inconcepibile che un esercito andasse a caccia di bambini. Primo Levi testimonia come accampati nei primi centri di raccolta, gli ebrei italiani si cucinassero alla buona una pastasciutta, come non avessero il lontano sentore del destino che li attendeva. Alcuni di loro in Piemonte si erano consegnati spontaneamente alle autorità.
Ma oltre che dai “Volonterosi carnefici di Hitler”, lo sterminio degli ebrei europei fu frutto di una spaventosa indifferenza internazionale. I codici segreti tedeschi erano stati decriptati all’inizio della guerra e le potenze alleate sapevano cosa si celasse dietro i cancelli di Aushwitz. Nelle fasi finali del conflitto furono rase al suolo città e villaggi tedeschi, ma mai un ordigno fu scagliato sui binari che portavanio ai lager o sui campi. Uno degli episodi più controversi della guerra riguarda lo sbarco in Sicilia del 1943. L’URSS era stata attaccata due anni prima e non aveva alcuna possibilità di difendersi della tremenda macchina bellica hitleriana. I nazisti penetrarono profondamente in territorio russo senza gravi difficoltà. Ma in pochi mesi i sovietici riuscirono nell’impresa di ricostruire le fabbriche di armamenti dietro le linee e di realizzare una rapidissima riorganizzazione dell’Armata Rossa. La situazione disperata nel 1942, motivò Stalin a indirizzare appelli pressanti agli Alleati pechè aprissero un secondo fronte. Il secondo fronte venne aperto, ma incredibilmente lontano, in Africa. “Perchè percorrere tutta la penisola italiana conquistando città per città, invece di sbarcare direttamente in Liguria o a Marsiglia?”. Molti storici sostengono che la priorità per l’Inghilterra fosse cautelare il trasporto navale e il contatto con le colonie asiatiche, consolidando il controllo sul Mediterraneo e il canale di Suez. Altri ipotizzano che l’intervento fu volutamente rallentato per lasciare l’URSS comunista a fronteggiare il grosso della massa d’urto nazista. L’URSS contò in effetti alla fine del conflitto 20 milioni di vittime.
Qualunque punto di vista si assuma, resta il fatto della sostanziale indifferenza allata per la macchina di sterminio nazista. E ancora nella cattolicissima Polonia, gremita di clerici e sacerdoti, i macelli quotidiani dei ghetti e l’internamento di un terzo della popolazione del paese non potevano passare inosservati. Tuttavia la Chiesa guidata da Pio XII non giunse mai alla sperata denuncia dei crimini del nazismo. Dopo la guerra il Vaticano diede copertura ai gerarchi per lasciare l’Europa e raggiungere Argentina e Brasile e Pio XII venne beatificato dai suoi successori. Il mondo, mentre gli angeli con la stella di David passavano per le ciminiere di Aushwitz, aveva dunque altre priorità. L’Europa, L’Europa tutta, dalla Francia collaborazionista, ai macellai rumeni di Antonescu, ai repubblichini di Salò, ha una responsabilità enorme nella Shoah, che tuttavia non si assume. Prevale un’indifferenziata solidarietà per le vittime, che non esita in una difesa reale e fattiva dei diritti umani fuori dalle proprie frontiere.

Milano, 27 gennaio 2015

Massimo Annibale Rossi

L’Europa vista da sud

Ieri al Convegno Eni “Acqua e sviluppo” un esimio cattedratico affermava che qualla araba non sarebbe una civiltà in quanto priva di arte pittorica e musica… Si è trattato a mio parere di un modo più elegante di affermare quanto sostengono i giovani skin delle periferie. “L’Islam a casa sua!”. L’islam sarebbe una forma di sottociviltà dedita al saccheggio e alle peggio nefandezze dai tempi più remoti… I giovani delle periferie difficielmente avranno visto Granada, ma il dotto professore sicuramente sì. La civiltà araba, se non in una primissima fase, non ha tollerato al suo interno la riproduzione di organismi viventi, animati da una scintilla divina, ma ciò non ne ha arrestato l’evoluzione artistica. La straordinaria miniatura, l’arte callligrafa, l’infinita ricerca sulla decorazione, ove il bianco marmo diveniva merletto. L’arte araba -tappeto, arazzo, bassorilievo- si esprime ad un livello di astrazione maggiore, al polo opposto della ricerca realistica che guida la pittura eurupea dall’alba umanistica. La definirei una forma artistica estremamente moderna, una costante ricerca del sublime, dell’astratto, che ha dato vita ad alcuni capolavori insuperati. Uno su tutti il Taj Mahal. L’Europa deve una parte importante del proprio sviluppo alla relazione con il mondo arabo. Mentre la foga di crociati e inquisitori copriva di sangue, intolleranza e roghi il vecchio continente, dall’altra parte del Medirterraneo e nell’Emirato di Granada, le religioni potevano convivere pacificamente. Molta parte della cultura greca sarebbe andata perduta senza la sapiente custodia dei bibilitecari e dei calligrafi musulmani. Ne potremmo parlare per giorni, ma appena spento l’eco delle parole, riapparirebbero i segni del peccato capitale d’Occidente: la superbia. è ancora il grande Edward Said a proclamare che il Re è nudo. “Orientalismo” analizza il complesso di superiorità occidentale, tracciando una linea di continuità tra colonialismo e unilateralismo imperialista

L’idea della separazione tra pensiero scientifico e sfera religiosa, che nutre l’illuminismo settecentesco, era stata teorizzata 6 secoli prima nell’Andalusia araba. Andalusia ove ebrei e cristiani convissero per secoli con i”mori”, facendo fiorire in pieno medio evo una delle più raffinate civiltà cui il pianeta abbia assistito. Con la “Reconcuista” d’Isabella di Castiglia l’idillio terminò e con questo la prospettiva di una società multietnica in Europa. Arabi ed ebrei furono espulsi nel 1492, avviando la Spagna ad un declino inesorabile. Averroè difendeva a livello teoretico Aristotele dalle accuse di al – Ghazali, vissuto due secoli prima, Mentre l’Europa in preda al fanatismo organizzava i suoi primi pogrom su vasta scala: le Crociate. Un altro libro fondamentale per vedere l’Europa allo specchio tratta il tema dalla parte dello sconfitto: “Le crociate viste dagli arabi”, di Amin Maalouf. L’appello di Clemon Ferrand lanciato da papa Urbano II -ora beato- scatenò il primo massacro in grande stile di ebrei, prima che le armate giungessero in Terra santa. Ebrei demonizzati, accusati di deificio, sacrifici umani erano arsi vivi nelle sinagoghe o costretti alla fuga verso est. Fuga nelle magnifiche steppe polacche e ucraine ove i loro discendenti avrebbero trovato la morte in massa per opera delle armate di Hitler.

Il fondamentalismo cattolico ha dunque radici profonde e si erge sulle medesime basi di ogni lettura acritica dei testi sacri: l’idea della propria superiorità. Un’idea tracimata nonostante le rivoluzioni e l’avvento del pensiero razionale, nella prassi delle madrepatrie durante la Prima rivoluzione industriale. La mappa de Medoriente attuale rivela infatti la scarsa perizia dei cartografi britannici, che dopo il Primo conflitto mondiale disegnarono confini rettilinei, protettorati e nazioni inesistenti nell’immoto spazio del deserto. Dopo il Secondo conflitto, un moto collettivo investì il pianeta, portando alla decadenza dei grandi imperi coloniali Gli arabi sciolsero i vincoli che li incatenavano alle potenze europee, ma i confini fittizi, gli interessi economici e le materie prime rimanevano lì, tra il deserto e la mezzaluna fertile. Utile, a fronte dell’inferno che ci si sta scatenando addosso, sarebbe ripercorrere questa tragica storia di massacro, usurpazione e fanatismo, comprendendo che il sangue, purtroppo, germoglia.