Il miraggio al di là del muro

I giornali riportano la notizia dell’ennesimo naufragio nel Canale di Sicilia. A memoria d’uomo, non si ricorda un’ecatombe del mare di tali proporzioni. I cadaveri un tempo affioravano dopo le battaglie e i naufragi, durante le guerre… Ma da dieci anni a questa parte parrebbe tempo di pace. La gente, quanti non voltano la faccia dall’altra parte, si chiede cosa stia accadendo. Cosa spinga questi disperati, che spesso non sanno neppure nuotare, a salire sui relitti del mare, in balia di pirati e banditi. A investire nel viaggio i risparmi di una vita. In Afghanistan ho conosciuto un ragazzo di 23 anni che aveva passato 3 anni in Grecia tentando di entrare nella fortezza Europa. Lui, non sapendo nuotare, aveva tentato più volte di entrare con i gommoni, anche dall’Albania, ma sempre era stato intercettato. Aveva tentato via terra, con il sistema dei TIR, nascondendosi nei container, ma era stato fermato alla frontiera. Aveva persino tentato a piedi… Alla fine, senza più soldi, era stato arrestato dalle autorità greche perchè il su permesso temporaneo era scaduto e internato in Centro per immigrati illegali. Una delle esperienze più tremende della sua vita. Una prigione sovraffollata, cibo scarso, mancanza d’igiene. Loro, i ragazzi che avevano affrontato l’inferno per arrivare in Europa, loro, disponibili come gl’Italiani di inizio ‘900 in America, a fare qualunque lavoro, trattati come criminali e lasciati a marcire in cella.
Ma per capire perchè una persona possa giocarsi il tutto per tutto nel Mediterraneo, come alla roulette russa è necessario fare uno sforzo di comprensione. Andare all’origine, compiere il viaggio in senso inverso… In Afghanistan la guerra iniziò nel 1979, con l’occupazione sovietica. La generazione di Ibrahim nato nel ’90, ha conosciuto i signori della guerra, i talebani, e i “liberatori” della Nato. Ognuno portà altra guerra. Ad oggi il Governo afghano ha un potere limitatissimo, controlla meno del 20 % del paese. I governi usciti da interventi armati occidentali o da guerre civili in cui l’occidente prendeva le parti di uno dei contendenti sono estremamente fragili e spesso invisi alla popolazione. è significativo che l’esserciti irakeno abbia abbandonato le posizioni e tutti gli armamenti a Mosul, di fronte all’Isis, senza neppure cmbattere. è significativo che dopo tre anni di tentativi e trattative con il “legittimo governo”, la Libia sia nel caos. Gaza è chiusa dal 2006 come una scatola di sardine. Un luogo dimenticato da dio e dagli uomini, ove un milione e settecentomila palestinesi lottano quotidianamente per un letto, un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua. E in tutti questi luoghi, la responsabilità dell’occidente nella destabilizzazione regionale è schiacciante. I Talebani furono costruiti “in laboratorio” dai servizi segreti pakistani con soldi e consulenza Usa e saudita in funzione anti sovietica. L’invasione dell’Irak fu il peggior errore strategico dell’occidente e portò a una guerra civile endemica e alla disgregazione del paese. L’intervento in Libia sta seguendo una traiettoria simile. Quanto a Gaza, si tratta del peggiore fallimento della diplomazia internazionale. Di una situazione che sta velocemente scivolando verso una catastrofe umanitaria, ove si sono verificati tre bombardamenti intensivi in cinque anni sulla popolazione civile da parte d’Israele. Una stuazione che non appare avere via d’uscita. La storia d’Ibrahim è dunque una delle tante. Ogni comunità possiede un riferimento in Europa, nel tempo divenuto un miraggio. Gli afghani pensano alla comunità di Francoforte, i palestinesi all’Italia, i Magrebini alla Francia. Pensano ai loro parenti partiti negli anni ’90, quando raggiungere l’Europa era ancora relativamengte facile. Famiglie e lavoratori che al tempo vennero accolti, e che ora sono sostanzialmente integrati. Ma ciò che era compensibile un decennio fa, si è trasformato in un reato, sempre più sanzionabile. La chiusura delle porte dell’Europa non ha portato alla rinuncia dei migranti, ma al consolidarsi di bande di assassini e trafficanti disposti ad abbandonare le gente in mare per appropriarsi dei loro risparmi. Ibrahim è tornato ad Herat e si è salvato. Ma quali prospettive può dare l’Afghanistan ad un ragazzo di vent’anni? Cosa può pensare un suo coetaneo di Gaza nato e cresciuto in una galera a cielo aperto a scontare errori e scelte di altre generazioni?? Ma soprattutto, cosa faremmo noi al loro posto?? Accetteremmo di dilapidare speranza e voglia di vivere in un’attesa infinita come i loro padri, o cercheremmo una via di fuga? Ci uniremmo ai movimenti armati integralisti vagheggiando il ritorno alla purezza dell’Islam e all’emirato? Gli esseri umani non sono fatti per vivere nelle gabbie che l’Occidente sta creando dall’11 settembre 2011 in Asia. Gli esseri umani, come sancito nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo, anelano alla libertà. E per la conseguirla sono disposti a mettere a rischio la propria vita, ad affrontare il mare aperto, affidarsi ai predoni, patire la fame e la sete, rischiare di farsi centrare da una raffica di mitra. Quindi, il questo di fondo è “quanti di noi al posto di Ibrahim sarebbero rimasti a casa?”

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