Gaza dopo il diluvio

Hamas parla di vittoria della resistenza. Netanhyau di brillante azione difensiva e di smatellamento della rete militare a Gaza. Le rispettive delegazioni non si sono incontrate, e si è giunti al penoso compromesso di una tregua a tempo indeterminato, il che significa quasi nulla. Tutti i problemi rimangono sul campo. La condizione della gente di Gaza, intrappolata nella Striscia da 8 anni, l’apertura dei valichi con Israele e di quello con l’Egitto. La legittimità di Hamas come rappresentante del Governo locale e legittimo interlocutore. La questione del disarmo delle milizia armate a Gaza. Israele ventila, ma non emerge alcun impegno scritto, una disponibilità a portare le miglia nautiche praticabili oper i gazawni da 3 a 6, a fare entrare materali umanitari e da costruzione, a rendere più elastico il sistema dei valichi. Hamas a controllare le milizie, evitare lancio di razzi ed azioni offensive. Punto.
Duemila duecento vittime, delle quali il 75 % civili, decine di migliaia di feriti, distruzioni per oltre 6 miliardi di dollari in uno degli ambiti più martoriati del pianeta. 250 mila senza casa. Per cosa per chi, per quale risultato?? Ieri il governo Netanhyau ha dichiarato la volontà del suo governo di requisire il corridoio che collega Betlemme a Hebron, con l’intenzione di rilanciarvi gli insediamenti. Benzina sul fuoco, atto unilaterale elevato a dottrina, rimozione dei fondamenti del diritto internazionale, rilancio della punizione collettiva eletta a metodo. Una strategia che, oltre ad esasperare una situazione al limite del possibile, deleggittima le elites moderate all’interno del mondo arabo, a favore dei fondmentalisti. per l’uomo della strada la domanda di fondo è: “Cosa hanno portato vent’anni di Oslo e di mediazioni?”.
La fragilità della tregua è evidente da molti punti di vista, e dalla mancanza della condizione base: tra gli interlocutori. Colpisce l’assenza. il completo disompegno, dell’occidente, occupato dal nuovo fronte ucraino. Si lascia al governo illegittimo del generale egiziano Al Sisi la mediazione nel conflitto centrale dell’esplosivo scacchiere mediorientale. Un governo che ha messo in galera i precedenti rappresentaati eletti -che piaccia o meno i Fratelli musulmani- e che ha comminato oltre 500 condanne a morte. Ma tant’è, l’Europa è altrove…
A Gaza il programma di ricostruzione post conflitto del 2009 non era ancora terminato, così come quello del 2012 ed ora… Tre azioni militari israeliane caratterizzate da bombardamenti a tappeto su quartieri civili in cinque anni. E il mondo diplomatico dorme sonni profondi. Tony Blair, inviato speciale del Quartetto da sei anni, si gode i ricevimenti nella nuova lussuosa sede del suo staff a Gerusalemme. Ma qui appare che nessuno debba rispondere dei risultati. Basta la presenza. Infatti non si poteva trovare un candidato al ruolo più inviso nel mondo arabo, in quanto Blair è stato tra i prncipali responsabili dell’ecatombe irachena. Un’azione militare totalmente ingiustificata, che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, la disintegrazione di un paese un tempo florido, la destabilizzazione del medio Oriente.
Se la fotografia appare inclemente, in realtà sono in molti a veler ricercare strade alternative, a rendersi conto che l’attuale dinamica sta portando verso uno scontro globale. Tuttavia anche i più accaniti rottamatori, se onesti intellettualmente, devono ammettere che il ruolo negoziale dell’Italia nel dopoguerra nel Mediterraneo sia stato importante. E che la conferenza di Roma del 2006 con D’Alema Presidente del consiglio, abbia rappresentato l’unico successo diplomatico sullo scacchiere mediorientale nell’ultimo ventennio. L’accordo sul Libano ha coinvolto le milizie Hezbollah -come Hamas- considerate “terroriste”, e posto in sicirezza il confine nord d’Israele. Bene, si tratta di un segnale importante che dovrebbe essere valorizzato in una fase di rapida espansione del radicalismo islamico e di radicalizzazione dell’uniteralismo israelo-statunitense.
Sono molti a pensare che una nuova conferenza sul Mediterraneo sul modello di Roma, a cui le parti dovrebbero essere invitate a partecipare con decisione, avrebbe buone possibilità di stabilizzare la situazione. La gestione del conflitto non può essere lasciata a due parti che non si parlano, delle quali una possiede una potenza militare devastante, che periodicamente esercita senza nessuna considerazione per i diritti umani. La gestione del conflitto deve tornre priorità comune, mirando all’invio di un nuovo contingente internazionale d’interposizione sull’attuale confine tra Gaza e Israele.
Massimo Annibale Rossi

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