Quartieri di confine

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La prima fase dell’azione si è concentrata a nord della Striscia. Quartieri e città satellite popolari e contigue al confine. Beit Hanoun, Beit Lahia, villaggi come Um Al Nasser, poi Khan Yunis e Rafah verso l’Egitto. L’invasione via terra ha investito Shujaia, periferia di Gaza City. La fanteria temeva perdite a causa dei tunnel, e prima dell’appostamento richiedeva pesanti bombardamenti sul terreno. Così interi isolati di Shujaia sono stati rasi al suolo. Gli abitanti delle prime file hanno lasciato per primi il quartiere, perchè avevano già assaggiaton l’artiglieria nel 2009.

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Alcuni si sono ritrovati la casa distrutta per la seconda volta. In nome della Convenzione di Ginevra, le prime tre file di case sono state sbriciolate, quindi l’artiglieria ha iniziato a colpire l’interno. Le case qui non erano state evacuate e sotto le bombe decine di feriti hanno aspettato inutilmente i soccorsi per giorni. Le strade erano infatti impraticabili e le ambulanze non potevano passare. Molti sonbo morti nell’attesa. Alcune vie appaiono irriconoscibili. Un uomo in evidente stato di shock, ci chiede a cosa serva fotografare. “Fotoreporter e televisioni son passate di qui a centinaia”. Perchè non fate nulla? Gli abbiamo stretto la mano e con calma, cercato di spiegare che noi, piccolo guscio di noce chiamato Vento di Terra, qualche cosa lo stiamo facendo. Che avrei parlato di lui e del terribile destino del quartiere ove ha vissuto la vita, cercando aiuti. L’uomo ci ha salutati con cortesia e a lunghi passi si è diretto verso il suo destino. A Shujaia, incredibilmente, il secondo giorno di tregua fervono i lavori.

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Notiamo una casa a quattro piani, un tempo maestosa, crivellata come un formaggio svizzero. Manca più della metà delle facciate. alcuni travi portanti sono crollate, non c’è più tetto. Ma un nuovo tratto di muro al secondo piano è già stato posato, e un bimbo ci guarda incredulo dall’alto. Bussiamo per incontrare questa coraggiosa famiglia, e ci apre un solido padre sulla cinquantina, che ci porta a fare il giro della rovina… Anche lui aveva avuto la casa semidistrutta nel 2009. Al piano terreno aveva una piccola attività per la produzione di shampo e bagnoschiuma. rimangono i macchinari e le bottigliette di plastica blu deformate.

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Come un nobiluomo d’altri tempi, illustra quelle che furono le sue proprietà e il progetto della sua vita e il destino di vivere in un quartiere troppo vicino alla frontiera. Apprendiamo che laddove i palastri di cemento armato hanno tenuto, la struttura è salva. Laddove sono incrinati, bisogna demolire. Quindi lui e i figli stanno puntellando la parte della casa sicura, a partire dal secondo piano, il meno devastato… è triste, come i suoi bimbi e la moglie, ma ci fa capire che il nostro interesse è benvenuto… Che è importante che la gente di Gaza non sia lasciata a se stessa. Alto nel cielo, invisibile, ci sorvola un drone. Mentre ci saluta il padre pensa ad un’occasione avuta in gioventù: vivere negli Stati Uniti, ove ha un fratello. Infine conclude che il suo posto è qui, fino alla prossima “azione difensiva” del potente esercito che presidia le sue finestre.

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Più oltre, l’ospedale del quartiere. La sua demolizione ha suscitato qualche debole protesta da parte occidentale. Gli israeliani, come loro prassi avevano dato alcune ore al personale sanitario per evacuare. I medici protestarono, trovando una sponda nelle associazioni umanitarie, avendo pazienti non trasportabili. Ma il verdetto non era discutibile, trattandosi della sicurezza nazionale d’Israele e tutti furono cacciati senza riguardi. Ora spicca sulle macerie un cartello: “Ospedele di El Wafa, distrutto da Israele”        .
Da Gaza Massimo Annibale Rossi

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