Gaza: dall’altro lato del tunnel

Oggi ho sentito AK da Gaza… Dopo molte perigrinazioni siè spostato a Khan Yunis, al centro della Striscia, con sua moglie e i suoi due figli. I bombardamenti continuano incessanti e, oltre a lui, hanno perso la casa la sorella, il fratello e molti dei cugini. Interi isolati a Beit Laya, ove abitava, sono stati rasi al suolo. La Striscia non ha più acqua, fognature e corrente elettrica. Tutti i servizi sono sospesi, compreso qualli ospedalieri, che hanno esaurito anche i disinfettanti. Questo significa che molti feriti gravi sono destinati all’amputazione o alla cancrena. Il prezzo dell’acqua, distribuita dalle poche autobotti ancora in piedi, continua a salire e la gente deve decidere se comprarsi una scaroletta di tonno per la giornata o una bottiglia da un litro. Da settimane non c’è più latte e le donne che non possono allattare non sanno come alimentare i bimbi. Chi dipendeva da dispositivi meccanici per vivere, vedi dialisi, è morto da un pezzo. Ma le bombe continuano a cadere, sempre più a casaccio, dato che in un mese tutti i target immaginabii sono stati colpiti.
In questa situazione appare a molti incomprensibile che i gazawni supportino in gran parte la decisione di Hamas di non accettare la resa incondizionata. Gaza è una galera a cielo aperto da otto anni. Uno dei luoghi del pianeta ove le condizioni sono più miserabili. Non è possibile lavorare, spostarsi, pescare. Ovunque muri e cannoni puntati. Gaza è un inferno terreno creato da poco abili strateghi militari convinti che un milione e settecentomila persone possano essere tenute in cattività a tempo indeterminato. I gazawni sono cattivi e terrorsti perchè scavano tunnel sotto il muro costruito da Israele e lanciano i loro missili al di là del confine. Dovrebbero stare dentro il recinto a bere l’acqua salata che esce dai loro rubinetti e a vivere della carità internazionale a tempi indeterminato. Dovrebbero accettare la condanna all’ergastolo perchè hanno lo stigma d’essere palestinesi e d’aver perso tre guerre, l’ultima delle quali oltre 40 anni fa… Ma al tempo di quelle guerre lontane oltre il 60 % dei gazawni non era ancora nato. I ragazzi cresciuti tra occupazione e bombardamenti conoscono solo la logica della punizione collettiva e del terrore. Israele possiede di fatto le chiavi della gabbia e può decidere della loro vita o della loro morte. E dunque molti di loro pensano che sia meglio morire ora, per una granata israeliana che di inedia nei prossimi decenni. Pensano che la vita così com’è a Gaza valga talmente poco, che non sia il caso di accettare le condizioni d’Israele, nonostante la mattanza. Quanti non vogliono unirsi alle milizie armate, pensano che sia diritto fondamentale di chi sta in gabbia cercare di costruire cunicoli per uscirne. Magari raggiungere l’Egitto, la Libia e forse un giorno, con molta fortuna, l’agognata costa di Lampedusa.
Massimo Annibale Rossi

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