Un nastro viola per Herat

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L’Afghanistan si prepara alle elezioni del prossimo aprile, che segneranno la fine del lungo mandato Karzai. Per molti si tratta del superamento di una democrazia “pilotata”, con un candidato voluto dall’esterno. In effetti è arduo considerare positivo il bilancio di questi ultimi 11 anni. Si è giunti ad approvare una carta costituzionale, ma rinunciando alla laicità dello stato, che si definisce “Repubblica Islamica dell’Afghanistan”.

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Ma il problema di fondo riguarda come tenere insieme un paese scosso da forti spinte centrifughe, dovute alla formazione post coloniale dei confini nazionali, alle differenze etniche interne, al ruolo dei potenti vicini. Del retaggio coloniale è prova il Wakhan, un corridoio lungo 220 chilometri e largo mediamente 30, che divide l’attuale Tagikistan dal Pakistan, raggiungendo la Cina. Il corridoio risale all’epoca del Grande gioco tra Russia e Inghilterra, che in questa area trovarono il punto di frizione. Il corridoio fu istituito nel 1873, grazie ad un accordo tra i due contendenti, per separare le reciproche aree d’influenza. E lì rimase.

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I tagiki, che rappresentano il 30 % della popolazione, appartengono alla cultura persiana e parlano il dahri, varietà del farsi. Sono concentrati ad ovest, vicino all’esteso confine con l’Iran e attorno alla seconda città del paese, Herat. Herat è storicamente gravitata per secoli nell’orbita persiana, e ne mostra i caratteri, anche se la maggioranza dei tagiki afghani professa fede sunnita. I Pashtun furono divisi dalla definizione del confine con il Pakistan del 1948. in Afghanistan si concentrano nel sud est del paese. La maggioranza di loro non riconoscono la frontiera, molto permeabile, e si spostano nel vicino Waziristan pakistano. I Pashtun si considerano un popolo diviso da frontiere fittizie, tracciate al tempo del gioco coloniale e rimaste retaggio della geopolitica attuale. Costituiscono il 40% della popolazione dell’Afghanistan ed hanno la propria roccaforte a Kahandar. è evidente che né il Pakistan, né l’Iran hanno interesse ad un Afghanistan che si rafforzi. Hanno piuttosto la vocazione di aumentare la propria egemonia sulle aree d’influenza. In molti pensano che i due vicini mirino ad una nuova esplosione della guerra civile, per provocare una frammentazione del paese su modello jugoslavo o irakeno. La scelta operata dal Governo afghano a livello istituzionale è stata a fronte dei fattori disgregativi e delle sempre presenti milizie armate, creare un fonte governo centrale.

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Le nove province, a loro volta suddivise in distretti, possiedono un governatore, tuttavia designato da Kabul. Formula che trasforma un rappresentante in funzionario e di fatto annulla l’autonomia locale. è ciò che ha spinto recentemente alle dimissioni Daoud Saba, capace e preparato governatore di Herat, sostituito d’ufficio con un politico proveniente dal sud est. Se dunque la centralizzazione del potere decisionale è da considerarsi una scelta estrema per evitare la disintegrazione di un paese fondato sulla cultura klanica, d’altro lato la sta favorendo. Le minoranze non si sentono rappresentate e reclamano un’autonomia, che affonda le proprie radici nella storia dell’Afghanistan. Fawsia Koofi è forse oggi la donna più famosa dell’Afghanistan. Originaria del Badakhstan, impervia e poverissima regione settentrionale, è stata per due volte eletta parlamentare. Ha pubblicato “The favored daughter”, autobiografia tradotta in tutto il mondo. è presidente della Commissione parlamentare per i Diritti Umani, e come tale, target di tutti i fanatici integralisti di questo paese. Ha uno sguardo fermo, emana energia e fiducia. La incontriamo in una pausa del folto programma nella sede di Herat dei Giovani Afghani. Si muove a suo agio, risponde con parole chiare e dirette alle domande dei presenti. Non è una conferenza stampa, ma un ritrovarsi tra afghani che chiedono una reale fine dei conflitti, in un Afghanistan finalmente unito al di là delle barriere e delle clientele etniche. L’atmosfera è gioiosa e tutti, uomini e donne, indossiamo il nastro viola della non violenza.

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