La via dell’oriente.

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I talebani vanno casa per casa, tentando di convincere i giovani a seguire la giusta via. Chi oggi ha 20 anni in Afghanistan è nato con la guerra civile, è cresciuto con i talebani, ha conosciuto l’occupazione dell’occidente. A Herat la metà di loro è stata nei campi profughi in Iran, al di là del confine, o in Pakistan. E ora muore d’inedia. Non c’è lavoro, non si vedono prospettive, la scuola è un miraggio… alcuni vanno verso ovest e tentano di espugnare la fortezza Europa… Altri seguono i taleb. Le madrasse -scuole coraniche- sono principalmente in Pakistan. Molti lì sono rimasti, seguendo l’illusione di divenire un martire, ed entrare per una porta d’oro in paradiso. Qualcuno è tornato, con la testa che gli gira e un gran vuoto dentro. Uno di loro, che chiameremo Ibrahim- ha passato 3 anni in Pakistan, prima di fuggire. Per 3 lunghi anni i precettori taleb hanno trattato un solo soggetto, hanno lavorato sulla mente di Ibrahim attorno ad una sola parola: Shahìd. Il martire, che nella tradizione coranica classica è colui che cade in battaglia per difendere la fede. L’Islam condanna il suicidio, tanto che Maometto si rifiutò di pregare sulla tomba di un seguace che si era tolto la vita. L’apprendimento nelle madrasse è ripetitivo, non mira all’assimilazione del sapere, ma alla pura memorizzazione delle formule. A rendere gli individui privi di una volontà propria, quanto esecutori di coloro che interpretano il progetto divino. Il martire nel talib pensiero è dunque un suicida, che, invece delle conseguenze del peccato toccherà una sorte celeste. Le porte del paradiso si apriranno immediatamente e lo shaìd verrà accolto con tutti gli onori. Trattandosi di giovani nel pieno della tempesta ormonale, c’è anche un risvolto erotico, che mal si accorda con la spiritualità del paradiso: le vergini. Il fortunato eroe sarà osannato in terra e nel cielo ed avrà a disposizione 70 meravigliose vergini.
Chi uccise Rabani nel settembre 2011 a Kabul, proveniva dalle madrasse. Rabani fu il primo presidente dell’Afghanistan post sovietico dal ’92 al ’96, ed anni era impegnato nel processo di pace. Il ragazzo aveva il viso pulito e sorridente ed era stato accuratamente perquisito. L’esplosivo era nel turbante.
La società afghana non è inerte. Deve confrontarsi con un nemico centrato sulla trascendenza, su di un mondo ideale che s’ispira ad una interpretazione leggendaria di un modello risalente al VII secolo: l’emirato.
è un modello secondo il quale anche la Repubblica islamica -quali sono Afghanistan, Iran, Pakistan- è haràm, proibita. è una visione che fintanto è tornata utile nella lotta antisovietica e nella guerra civile successiva non è dispiaciuta agli Stati Uniti e ai sauditi. Sauditi il cui modello di società wahabita, in cui la legge di stato è ancora la Sharìa, non si allontana molto dal sunnismo taleb. Non fosse per le alleanze peccaminose con gli occidentali, per il gusto della tecnologia e il lusso. Arabia Saudita, in cui le donne non possono guidare un’auto, e ancora vige la lapidazione.
Molti giovani afghani stanno uscendo dallo shock. Stanno comprendendo che la fuga in massa verso l’Europa, quanto il delirio mistico, non porteranno frutti a questa terra martoriata. Quindi sono in molti a riunirsi, fondare associazioni, organizzare iniziative di solidarietà. Oggi ho assistito a una distribuzione di cibo. Lo slogan era “Ogni afghano può aiutare un afghano”. Avevano raccolto i soldi per strada, incitando i passanti a lasciar perdere le preghiere fine a se stesse, a dare un contributo concreto. Ad essere solidale con un pezzo del loro paese che sta affondando. Per una volta non si è parlato di religione, ma di futuro.

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Il viaggio d’Ismail verso il paradiso

Herat, 26/7

Ismail è appena tornato dalla Grecia ad Herat, la sua città… Vi ha passato più di un anno nell’inutile tentativo di raggiungere la Germania… Come tanti ragazzi afghani era partito con la speranza di trovare un lavoro, un futuro nella grande Europa. A Francoforte c’è la più grande comunità afghana d’Europa… Ma le porte del paradiso sono chiuse da tempo.

Ismail ha tentato 17 volte, sia da solo, sia affidandosi alle “agenzie”, di varcare il confine. In aereo, via terra, via mare; alla fine è stato arrestato dai greci perché il suo permesso era scaduto. E lì ha incontrato l’inferno di un  centro di detenzione temporanea, gestito da un pese in piena crisi economica e in preda ad inquietanti umori xenofobi. Quattro mesi in uno stanzone con altre 80 persone. Biscotti alla mattina e un sandwich la sera… Espulso.

Ismail non ha perso il suo sorriso e parla della sua storia come appartenesse a qualcun altro. Non prova rancore, solo il dolore intenso di chi ha perso qual poco che aveva per inseguire un sogno. Rimane il quesito di fondo su quest’Europa, maestra di diritti umani e democrazia, che ha inteso liberare l’Afghanistan e molti altri paesi dalla tirannia con le armi, ma che in terra propria a questi “figli” liberati nega uno status umano. Che non trova mediazioni, che non comprende bisogno e desiderio altrui, ma tende a criminalizzarlo. Ad alimentare la paura dell’invasione, a consolidare la fortezza e la logica dell’intervento armato. Non è retorico richiamare il fatto che investendo in sviluppo reale e tagliando le spese militari molti Islmail troverebbero uno sbocco in questo meraviglioso scrigno chiamato Afghanistan.

L’anno prossimo è previsto il ritiro delle truppe Isaf. molti pensano che, come in Irak si tratterà di un ritiro parziale. in primavera si terranno le elezioni e Karzai, l’attuale presidente, non potrà ricandidarsi. L’Afghanistan rinnoverà anche i consigli provinciali e molti giovani sono determinati ad appoggiare propri candidati. si parla di programmi, di priorità, nonostante il fantasma sempre incombente dei talebani. Si parla di futuro in un torrido venerdì di Ramadan nella nuova piscina pubblica di Herat.

Massimo Annibale Rossi

Lo zoo di Kabul

Il ramadan a Kabul non è liturgia; è dovere collettivo, è asImageImageImagetinenza condivisa, ostentazione di resistenza fisica e spirituale… La città offre piccole oasi di frescura, qualche rado albero sopravvissuto ai duri inverni di guerra. E i profumi, quanto le esalazioni, sono intensissimi. Le strade brulicano di traffico. Il codice non scritto locale garantisce diritti proporzionali alle dimensioni del mezzo. Così un camion o una blindata possono passare comunque. Nel caos delle ore di punta, sopravvivono le bici, i tricicli. Ieri ho visto sgusciare in mezzo al traffico un vecchio senza gambe. Sotto i moncherini aveva un piccolo carrello, cui il corpo rimaneva incredibilmente fissato. Si spingeva con le mani guantate, evitando chissà come i bestioni della strada. Come in India, la deformazione, la malattia rappresentano mezzi di sussistenza. la deformazione è messa in evidenza e l’esortazione all’elemosina è costante, cadenzata… Mi dicono che a Kabul la mendicizia sia divenuta, come in molti altri luoghi, industria. C’è un prezzo per il posto che si occupa, c’è chi controlla, e raccoglie le elemosine a fine giornata…
D’altro lato il bazar è pieno di vita… La verdura e la frutta arrivano copiose dalla provincia e molti degli artigiani si sono rimessi al lavoro…
Tessitura dei tappeti, cesello del legno, lavorazione della pietra. Sono famosi i lapislazzuli, con i quali, oltre ai gioielli, si realizzano tavoli, piatti, fruttiere… Nel settore degli antiquari il bazar offre un’immagine fedele degli ultimi decenni… Armi, uniformi, medaglie del periodo della monarchia, ma anche della occupazione sovietica e della guerra civile. Nulla del tempo dei taleb, che sembra trascorso come un incubo… Dagli scaffali spuntano elmi e corazze rugginose, la cui armata solo un esperto potrebbe identificare.
Venerdì allo zoo di Kabul. Incredibilmente una parte degli animali è sopravvissuta ai bombardamenti e alla fame degli umani. Tra questi, un vecchio leone che da anni ha perso la compagna e la voglia di vivere. Quattro orsi bianchi si accarezzano l’un l’altro avviliti e mesti nella loro gabbia malandata. I lupi appaiono gli unici a non essersi arresi. Sono smunti, con rade chiazze di pelo e lanciano occhiate d’odio agli umani giunti a godere della loro prigionia. Ancora, con accanimento, percorrono il perimetro della gabbia, cercando una via di fuga…
Ma lo zoo offre anche una vera meraviglia. Si tratta di una ruota panoramica, risalente all’inizio del secolo scorso, giunta dalla Francia. Ora l’ingranaggio è mosso da un motore a gasolio, che comunica il movimento tramite un pneumatico da auto. E lì, sulla ruota, sono tutti insieme, finalmente sorridenti. Il soldato senza fucile, la madre con il burka e quella con lo chador, i piccoli azara e gli orgogliosi pashtun. Buona sera Kabul, sarà una notte di pace.