Le matite bengalesi

Il forno è sistemato in una nicchia sotto il pavimento e il fumo inonda a tratti la piccola stanza. I gesti sono esperti, sperimentati da generazioni… Il ragazzo inforna, il fornaio impasta e crea piccole conche nella forma. Si usa un lievito locale debole e ne escono focacce piatte e un poco insipide, di forma allungata o circolare. Alle donne la tradizione consente di cuocere solo un tipo determinato di pane e non nella panetteria. Gli operai guardano increduli i rari stranieri, felici dell’interesse e delle foto.

Come il fornaio, il vetraio opera con un forno interrato e senza camino. Il che vuol dire che la bottega è nera di fuliggine e chi ci lavora respira tutto il giorno un fumo nero e spesso. La lavorazione per il resto è simile a quella che si può vedere a Murano, ma senza alcuna protezione. Qui la speranza di vita non supera i quarant’anni. I tessitori occupano il viale centrale; usano antichi telai orizzontali a mano. Le gambe del tessitore stanno in una buca sotto il macchinario e muovono ritmicamente i pedali in legno. I tessitori sono specializzati in turbanti, qui molto usati. Il turbante in Afghanistan è veicolo di identità e segno di  riconoscimento. Non per niente agli elaborati disegni dei tagiki, i taleban preferiscono il nero. Oltre la moschea i tappeti. I prezzi sono contenuti e si tenta di fare concorrenza al vicino iraniano. Particolarmente pregiati sono i pezzi in seta, morbidissimi al tocco e straordinariamente elaborati. Il bazar è il vero centro di socialità di Herat e, dopo tanti lutti e disastri, risuona di risa e musica.

Alla periferia di Herat sono disseminati residuati bellici e blindati sovietici. L’unico museo visitabile della città è stato fondato dai talebani ed esalta le eroiche virtù della Jihad, come anche un monumento posto al centro della città. La periferia è sede di campi più o meno improvvisati. Vi abitano sfollati dalle regioni centrali, gente in fuga dai conflitti interni o dalle pulizie etniche. Come spesso avviene, la guerra diviene il pretesto per saldare antichi debiti o semplicemente per appropriarsi di proprietà altrui. E l’altro è onnipresente nel caleidoscopio afghano. Secondo i dati OCHA nella provincia sono presenti 96 mila sfollati, di cui una piccola parte si era rifugiata in Iran.

Questa terra è caratterizzata da terreni poco permeabili, scarsità di vegetazione e rilievi ripidi, vale a dire l’ambito ideale per le alluvioni. Le inondazioni sono annuali e colpiscono più violentemente alla fine della primavera. Negli anni più duri, si contano decine di migliaia di famiglie senza casa. Le acque tracimano dai fiumi in piena e inondano le coltivazioni, che per molti costituiscono la speranza di sussistenza. In altri termini, troppe piogge significano fame. Alcuni luoghi, come Ghorian a sud ovest della città, si rivelano indifendibili dalla furia delle acque e sarebbe necessario un trasferimento di popolazione.

Le fertili terre verso il confine iraniano rappresentano il terreno di cultura ideale per la coltivazione del papavero da oppio. L’Afghanistan da secoli ne è uno dei principali produttori e in molti ricordano come fino all’arrivo dei sovietici ad Herat prosperassero le fumerie. L’oppio non trattato passa clandestinamente la frontiera, permeabilissima, e in Iran viene trattato chimicamente divenendo eroina. Nel grande paese scita la dipendenza da eroina è di conseguenza divenuta una calamità nazionale. Dall’Iran la polvere passa in Turchia e da questa al mercato europeo. Data la facilità di coltivazione, la miseria e la sostanziale tolleranza del governo è comprensibile che i contadini continuino la tradizione. Il papavero rende molto di più di qualsiasi altro prodotto e viene pagato alla semina. Rimane un formidabile aneddoto che ci riguarda: nella seconda metà degli anni ’90 Pino Arlacchi, allora a capo dell’agenzia ONU contro le droghe,  finanziò profumatamente i talebani, chiedendo loro di sradicare le coltivazioni.

Herat è dominata da una collina, alla sommità della quale spiccano antenne televisive e installazioni militari. Qui un tempo sorgeva il quartier generale di Al Qaeda. Dalle terrazze verdeggianti i solerti sauditi potevano controllare la città. Non si mescolavano ai locali, dai quali erano detestati, ma dirigevano le operazioni degli alleati talebani. Allora era vietato alle donne svolgere qualsiasi tipo di occupazione, uscire non accompagnate, studiare. Le bambine non erano ammesse alla scuola elementare. Gli uomini dovevano obbligatoriamente vestire all’orientale, portare la barba, pregare cinque volte, meglio di più, al giorno. Erano severamente vietati la televisione, la radio, i registratori. Chi trasgrediva rischiava la prigione e doveva farsi il giro del vicinato alla gogna, con il telaio del video infranto attorno al collo. Vietati inoltre la musica, il teatro e qualsiasi forma di spettacolo.

In Afghanistan le scuole sono generalmente chiuse da novembre a metà marzo. In un paese caratterizzato da monti, freddo, neve e scarsissimo riscaldamento il sistema serve per risparmiare inutili tormenti agli alunni. Fanno eccezione le scuole private. La scuola di Mahla Davi è a una decina di chilometri dalla città in un distretto agricolo nei pressi del fiume. È stata fondata da Brac, Ong  del Bangladesh vicina al premio nobel Mohammed Junus. La scuola paga i suoi insegnanti ed è organizzata su due torni di sei mesi ciascuno, che insieme rispondono alla domanda di 500 alunni. È, cosa rara in Afghanistan, una scuola mista ed ogni classe accoglie fino a 40 bambini. Non ci sono banchi, né strumenti didattici e gli alunni seguono la lezione seduti per terra a gambe incrociate. Ognuno mostra orgoglioso un quaderno e un portamatite regalatogli dai generosi, e altrettanto poveri, bengalesi.

Per Vento di Terra da Herat Massimo Annibale RossiImageImageImageImageImageImageImage

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