Cronache da Herat

Ad Herat si respira un’aria più distesa rispetto a Kabul. Ciò non significa stia regnando la calma. L’area  sotto controllo militare non supera i 40 chilometri dal capoluogo, 360 mila abitanti, in una provincia che ha un’area di 54.700 km2. Herat è la terza città dell’Afghanistan ed ha un’importanza strategica, confine con l’Iran e il Turkmenistan, ed economica primaria. Il compound del Provincial Reconstruction Team (PRT) gestito dai militari italiani è stato attaccato e distrutto nel maggio 2011, provocando 5 morti e numerosi feriti. Herat, con una forte minoranza scita, non è mai stata una roccaforte talebana. Qui si muovono tuttavia milizie e clan, in una galassia di gruppi armati che ancora appare inestricabile. I Mujahidin islamici sono i più numerosi e meglio armati…  Ma un problema sempre più acuto sono i predoni. Si tratta di gruppi arroccati nei villaggi di montagna, specie nella parte settentrionale della provincia verso in confine con il Turkmenistan, che assaltano convogli e singoli mezzi. Sono presenti anche a sud e si sono specializzati in rapimenti, sia ai danni degli internazionali che di facoltosi afghani. La tecnica è semplice ed efficace: tallonano il target con un primo mezzo 4 x 4, poi lo affiancano e lo speronano con un secondo. Il target è costretto a fermarsi e o fa fuoco, ma non succede quasi mai, o subisce l’azione. Un ostaggio occidentale vale minimo 500 mila €.

La chiave per comprendere il contesto sono i clan e i gruppi tribali. Qui dal ’92 al 96 ha regnato  Ismail Khan, signore della guerra di origine tagika, che ha costituito una sorta di emirato. Si ispirava ed era sostenuto dai vicini iraniani. Ex comandante mujiahidin durante la guerra contro i sovietici, è divenuto famoso per aver imposto il controllo della verginità alle ragazze trovate fuori casa. In seguito è diventato governatore con Karzai ed ora ricopre lo scranno di Ministro dell’Energia e dell’Acqua. Ad Herat si sostiene stia riarmando le sue milizie, giunte in passato a 25 mila uomini, come del resto gli altri war lord, in attesa del ritiro delle truppe Isaf a fine 2014. Che le milizie si stiano riarmando, è rivelato dal prezzo locale dei Kalashnikov, salito da 300 a 1000 euro.

L’altra figura di rilievo della Provincia è il Governatore Daud Shah Saba, di origine pashtun e per anni residente in Canada. È considerato progressista ed è stato oggetto di numerosi attentati. Gli attentati si riducono durante l’inverno ed hanno il proprio acme nei mesi di maggio e giugno. Due anni fa in questo periodo Herat ha registrato un attentato la settimana. Nell’agosto 2012 una bomba caricata su di una bicicletta è esplosa al mercato provocando decine di morti e feriti. Dopo tre decenni di guerra e di stragi, il valore della vita in questo paese sembra essere sceso notevolmente. Si uccide per vendetta, si uccide per prevenire una ritorsione, si uccide per potere o per fanatismo. Il fiume di sangue non si è mai interrotto e le strutture governative sono i primi bersagli. In particolare lo sono i poliziotti afghani, tra i quali il numero delle vittime annuale è a tre cifre.

Se oggi Herat rappresenta una delle città più ricche del paese, anche grazie ai proventi delle dogane con Iran e Turkmenistan, le conseguenze della sostanziale paralisi politica è evidente nelle campagne. Molti gli indigenti, specie in inverno le persone denutrite. Ancora altissimo il livello di mortalità infantile, sono endemiche la dissenteria, malaria, poliomelite.

Nei villaggi non è raro incontrare persone affette dalla lebbra. Non sono confinati come in India, ma vivono con gli altri. Si dice che la forma locale sia poco aggressiva e difficilmente trasmissibile. Viaggiando verso il confine iraniano ho visto un gruppo di bimbi che attorniavano un ragazzo più grande, coperto di stracci. Il ragazzo aveva una strana smorfia sul viso. Guardano meglio mi sono accorto che aveva la faccia devastata dalla lebbra ed era cieco…

La presenza dei militari italiani nella provincia si è fatta molto discreta. In realtà la sicurezza è già gestita direttamente dagli afghani. Ho incontrato un anziano mullah sunnita a Karuh, a una quarantina di chilometri da capoluogo. Ha trascorso l’esistenza a studiare il Corano e conosce bene anche le altre religioni. Sottolinea il fatto che le tre religioni monoteistiche preghino lo stesso Dio e ciò che hanno in comune. Non ha nessuna nostalgia né del tempo della monarchia, né dei talebani. La “democrazia è un gran  bene” e le scelte devono essere fatte dal popolo, non da chi non è eletto. Conosce i Padri della chiesa cattolici, quanto il pensiero di Martin Lutero. Non considera gli stranieri “truppe di occupazione”, ma un aiuto esterno che è stato utile e che tuttavia ha svolto la sua missione. “In estate non dovete darci cappotti, come in inverno non ci serve il ghiaccio”. Forse è ora di andarsene…

Ieri ho incontrato i docenti d’inglese del distretto di Ghoryan, a una sessantina di chilometri ovest di Herat. Mi chiedevano corsi di aggiornamento, materiale didattico, strumenti d’insegnamento e Pc. Se in molti luoghi, in particolare nei distretti di montagna, la società pare ferma al XV secolo, altrove si diffonde la coscienza della necessità di un rinnovamento e del contatto con l’esterno. È un processo complesso, che si snoda sotto costante ricatto armato da parte dei talebani, che avevano vietato alle bimbe persino la scuola primaria. È indicativo che tra gli intervenuti, ci sia stata una professoressa di un villaggio vicino. Non hanno la scuola e alcune classi sono costrette a fare lezione sotto le tende. Con la voce tremolante, ma con parole decise, è intervenuta da pari ai colleghi maschi. Un segnale importante. Da Herat Massimo Annibale RossiImageImageImageImageImage

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