Malalai Joya

E’ una donna minuta, con uno sguardo intenso, che scandisce le proprie parole, irrompendo poi in un gentile sorriso. E’ stata minacciata infinite volte dai talebani, quanto dai mujaiddin. è scampata ad attentati e imboscate ed è divenuta un simbolo in questo Afghanistan senza requie. è Malalai Joya, la giovane delegata che nel 2006 all’Assemblea del popolo di Kabul osò puntare il dito contro i Signori della guerra. Espulsa dal Parlamento ha continuato la sua lotta con un seguito senza pari, specialmente nelle province di Herat e Farah, della quale è originaria. Sostiene che l’Afghanistan debba autodeterminarsi, chiede il ritiro delle “truppe di occupazione”, tra cui quelle italiane, la fine delle persecuzioni contro le donne. Ritiene che i War Lords anziché sedere in parlamento, dovrebbero comparire in un’aula di giustizia ed essere processati dei crimini di cui si sono macchiati durante la guerra civile. Vento di Terra l’ha incontrata per comprendere il suo punto di vista sull’attività delle Ong internazionali nel suo paese e per illustrarle il lavoro svolto in Palestina. Malalai sostiene l’utilità di un intervento che sia realmente indipendente e che coivolga la società civile. La priorità per costruire un futuro migliore è l’educazione e il sostegno alle donne. Domani è l’8 marzo: Vento di Terra non poteva realizzare incontro più sensato. Da Kabul,  Massimo Annibale Rossi

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Dark flowers

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L’immolazione ha riguardato lo scorso anno 120 giovani donne afghane. L’80 % dei casi è avvenuto a Herat. Si tratta di una forma estrema di protesta, indice di un senso di oppressione divenuto insopportabile. Scegliere il fuoco per togliersi la vita ha un significato universale. È il rivelarsi disponibili alla più atroce delle sofferenze per lanciare un messaggio. È un appello sublime e terribile perché il mondo intervenga.

A cospargersi di benzina sono donne tra i 16 e i 30 anni. Sono vittime di matrimoni combinati, spose bambine, stracci sepolti in una lurida cucina. I corpi straziati sono una muta testimonianza di condizioni limite, abusi e violenze continuate, dell’impossibilità di accettare oltre l’orrore di un’esistenza cui non è riconosciuta la dignità umana.

Molte di loro lasciano dei figli, con la coscienza che questi vivranno con la macchia dell’immolazione della madre. Se una donna non sa leggere, non può uscire da sola, deve coprirsi il volto all’esterno, non può portare scarpe di cuoio, né lavorare, né guidare. Se una donna non può comunicare la propria prigionia e la vita è divenuta insopportabile, la strada può apparire senza vie di uscita.

L’immolazione è severamente condannata a livello religioso e di codice familiare. Non esistono dati ufficiali, ma emerge che sia frequente in Iran, ove la condizione femminile è simile all’Afghanistan. Il caso di Herat è emblematico. Molte immolazioni si sono verificate tra gli sfollati: vivere sepolti in un villaggio di montagna è infatti più sopportabile che in una grande città. Alla perdita delle radici si somma l’ostilità della nuova comunità, etnicamente diversa ed altrettanto povera. Ma il principale tormento è costituito dalle voci che provengono dall’esterno. Dalle televisioni, dal bazar, dalla musica. Da tutti quegli stimoli che richiamano la pienezza e la bellezza della vita.

Dall’esterno è difficile comprendere quale terribile coraggio possa comportare comprare una tanica di benzina, cospargersi le membra e darsi fuoco. È ciò che tenta di comunicare al mondo Hawca, associazione afghana in difesa dei diritti delle donne e dei bambini. La campagna –Dark flowers- è stata lanciata a livello internazionale e sta portando notevoli risultati. In molte regioni del paese Hawca ha realizzato dei rifugi protetti per le donne in stato di pericolo. Sono allestiti in luoghi segreti, in cui le vittime possono ottenere asilo e cure. Il dramma è la terribile cesura con la famiglia, con i figli e l’essere passati ad un altro tipo di clausura. Tuttavia ciò che ha salvato la nostra specie dalle più terribili calamità è la speranza, la capacità d’immaginare un futuro migliore. E le persone che credono in un nuovo Afghanistan sono molte. ImageImage

Il cimitero ebraico di Herat

Le scarpe femminili ad Herat sono in plastica. Le suole e le tomaie non sono produzione locale, ma arrivano dall’Iran. Una questione che potrebbe apparire marginale e che riporta invece ad un tema centrale: le donne non indossano il cuoio perché non devono camminare più di tanto e, se anche lo fanno, non hanno diritto ad un privilegio riservato al mondo maschile. Le piccole botteghe, che un tempo lavoravano sapientemente le pelli orientali, ora cuciono plastica luccicante. Le scarpe hanno il vantaggio di distruggersi in fretta, quindi i piccoli manager invocano il fattore moda per proporre nuovi modelli. Le scarpe ben ordinate sugli scaffali non hanno la vanità della contraffazione. Si accontentano di esibire fascette sdrucite con improbabili loghi italiani: Dolce e Gabbana, Gucci. Vanno in vendita al mercato a 4 dollari.

La questione delle materie prime merita un approfondimento. Il governo centrale ha adottato significativi provvedimenti per privilegiare la produzione interna. I TIR che giungono alle frontiere devono essere scaricati e ricaricati su camion afghani. Ma accanto alle leggi scritte in questo paese esiste un codice di comportamento, una grammatica delle relazioni, parallela. Interrompere gli acquisti dall’Iran creerebbe tensioni con il potente vicino, e a catena una situazione destabilizzante nella provincia. Ogni tassello del mosaico afghano è collegato ad un altro in un equilibrio quanto mai fragile.

Ad Herat esiste un antico cimitero ebraico. Gli ultimi membri della comunità hanno lasciato l’Afghanistan dopo il ’48 e la proclamazione dello stato d’Israele. Una famiglia afghana è custode del luogo da almeno 4 generazioni e vive nel camposanto con una nutrita nidiata di bimbi. La nonna è una donnina minuta, ma ferma, che non esprime timore nel parlare con gli stranieri e non veste il burka. In anni lontani, ha assistito alle ultime sepolture. La maggioranza delle tombe appaiono deteriorate. Le lapidi in ebraico sono sparse intorno e una parte del recinto funerario è stato devastato. Dalla data della partenza degli ultimi ebrei di Heret, una famiglia ora residente a Londra assicura un piccolo stipendio ai guardiani.

I custodi del cimitero hanno vissuto tempi difficili. I talebani hanno cercato con ogni mezzo di distruggere il loro tesoro, e in parte ci sono riusciti. In tempi più recenti hanno ricevuto pesanti minacce. Il terreno è ora in una zona centrale e fa gola ai costruttori. L’idea della pacifica convivenza  è stata soffocata da decenni di guerra e dall’imporsi di vecchi e nuovi fondamentalismi. Ad Herat esistevano nella prima metà del secolo scorso tre sinagoghe, di cui una importante.  Il cimitero è testimone di un tempo in cui questa città si fregiava di una dimensione multiculturale, particolarmente vivace. Herat cerniera tra il modo persiano e quello pashtun, tra il grande impero centrale e il continente India. Ne fa fede la composizione etnica della città, laddove la maggioranza dari convive con tagiki, pashtun, azara, turcomanni. Le moschee scite lanciano i loro richiami alla preghiera accanto a quelle sunnite.

L’Afghanistan è uno dei tre paesi al mondo ove la poliomelite è endemica. Campagne sanitarie sono in corso e l’anno scorso si sono verificati solo 15 casi. Ma come in Pakistan l’idea della vaccinazione è associata a timori profondi o al fantasma di castrazione da parte delle medicina occidentale e alcune comunità appongono resistenza. Non è tuttavia raro vedersi attraversare la strada da ragazzini paralizzati. Le sedie a rotelle appaiono quasi sconosciute e in prevalenza utilizzano tavole fissate a  4 sfere. Altri semplicemente tengono le gambe inerti incrociate e si muovono nella polvere e nel traffico facendo leva sulle braccia. Per non ferirsi le mani, alcuni di loro le infilano in ciabatte di plastica.

Nelle città, laddove arriva la corrente elettrica, le televisioni sono diffuse e molto seguite. Qui la fa ancora da padrone il vecchio tubo catodico, di fabbricazione cinese. In un paese che sta al terzultimo posto nella graduatoria della povertà globale, ci sono oltre 50 emittenti televisive. Sono canali religiosi, che trasmettono sure coraniche e dirette dalla Mecca, quanto canali commerciali e un canale nazionale. La televisione è comunque un veicolo di cambiamento e di contatto –e confronto – con l’esterno. Impazzano le soap opera prodotte a Boolliwood e i film americani di azione. Ieri Vento di Terra è stata ricevuta dal vice Governatore di Herat. L’incontro è stato ripreso e trasmesso sul canale nazionale. Da questo momento sarà più difficile mantenere un basso profilo, ma nello stesso tempo la piccola Ong di Rozzano non poteva sperare in una migliore accoglienza da parte afghana.

Da Herat per VdT Massimo Annibale RossiImageImageImageImageImage

Le matite bengalesi

Il forno è sistemato in una nicchia sotto il pavimento e il fumo inonda a tratti la piccola stanza. I gesti sono esperti, sperimentati da generazioni… Il ragazzo inforna, il fornaio impasta e crea piccole conche nella forma. Si usa un lievito locale debole e ne escono focacce piatte e un poco insipide, di forma allungata o circolare. Alle donne la tradizione consente di cuocere solo un tipo determinato di pane e non nella panetteria. Gli operai guardano increduli i rari stranieri, felici dell’interesse e delle foto.

Come il fornaio, il vetraio opera con un forno interrato e senza camino. Il che vuol dire che la bottega è nera di fuliggine e chi ci lavora respira tutto il giorno un fumo nero e spesso. La lavorazione per il resto è simile a quella che si può vedere a Murano, ma senza alcuna protezione. Qui la speranza di vita non supera i quarant’anni. I tessitori occupano il viale centrale; usano antichi telai orizzontali a mano. Le gambe del tessitore stanno in una buca sotto il macchinario e muovono ritmicamente i pedali in legno. I tessitori sono specializzati in turbanti, qui molto usati. Il turbante in Afghanistan è veicolo di identità e segno di  riconoscimento. Non per niente agli elaborati disegni dei tagiki, i taleban preferiscono il nero. Oltre la moschea i tappeti. I prezzi sono contenuti e si tenta di fare concorrenza al vicino iraniano. Particolarmente pregiati sono i pezzi in seta, morbidissimi al tocco e straordinariamente elaborati. Il bazar è il vero centro di socialità di Herat e, dopo tanti lutti e disastri, risuona di risa e musica.

Alla periferia di Herat sono disseminati residuati bellici e blindati sovietici. L’unico museo visitabile della città è stato fondato dai talebani ed esalta le eroiche virtù della Jihad, come anche un monumento posto al centro della città. La periferia è sede di campi più o meno improvvisati. Vi abitano sfollati dalle regioni centrali, gente in fuga dai conflitti interni o dalle pulizie etniche. Come spesso avviene, la guerra diviene il pretesto per saldare antichi debiti o semplicemente per appropriarsi di proprietà altrui. E l’altro è onnipresente nel caleidoscopio afghano. Secondo i dati OCHA nella provincia sono presenti 96 mila sfollati, di cui una piccola parte si era rifugiata in Iran.

Questa terra è caratterizzata da terreni poco permeabili, scarsità di vegetazione e rilievi ripidi, vale a dire l’ambito ideale per le alluvioni. Le inondazioni sono annuali e colpiscono più violentemente alla fine della primavera. Negli anni più duri, si contano decine di migliaia di famiglie senza casa. Le acque tracimano dai fiumi in piena e inondano le coltivazioni, che per molti costituiscono la speranza di sussistenza. In altri termini, troppe piogge significano fame. Alcuni luoghi, come Ghorian a sud ovest della città, si rivelano indifendibili dalla furia delle acque e sarebbe necessario un trasferimento di popolazione.

Le fertili terre verso il confine iraniano rappresentano il terreno di cultura ideale per la coltivazione del papavero da oppio. L’Afghanistan da secoli ne è uno dei principali produttori e in molti ricordano come fino all’arrivo dei sovietici ad Herat prosperassero le fumerie. L’oppio non trattato passa clandestinamente la frontiera, permeabilissima, e in Iran viene trattato chimicamente divenendo eroina. Nel grande paese scita la dipendenza da eroina è di conseguenza divenuta una calamità nazionale. Dall’Iran la polvere passa in Turchia e da questa al mercato europeo. Data la facilità di coltivazione, la miseria e la sostanziale tolleranza del governo è comprensibile che i contadini continuino la tradizione. Il papavero rende molto di più di qualsiasi altro prodotto e viene pagato alla semina. Rimane un formidabile aneddoto che ci riguarda: nella seconda metà degli anni ’90 Pino Arlacchi, allora a capo dell’agenzia ONU contro le droghe,  finanziò profumatamente i talebani, chiedendo loro di sradicare le coltivazioni.

Herat è dominata da una collina, alla sommità della quale spiccano antenne televisive e installazioni militari. Qui un tempo sorgeva il quartier generale di Al Qaeda. Dalle terrazze verdeggianti i solerti sauditi potevano controllare la città. Non si mescolavano ai locali, dai quali erano detestati, ma dirigevano le operazioni degli alleati talebani. Allora era vietato alle donne svolgere qualsiasi tipo di occupazione, uscire non accompagnate, studiare. Le bambine non erano ammesse alla scuola elementare. Gli uomini dovevano obbligatoriamente vestire all’orientale, portare la barba, pregare cinque volte, meglio di più, al giorno. Erano severamente vietati la televisione, la radio, i registratori. Chi trasgrediva rischiava la prigione e doveva farsi il giro del vicinato alla gogna, con il telaio del video infranto attorno al collo. Vietati inoltre la musica, il teatro e qualsiasi forma di spettacolo.

In Afghanistan le scuole sono generalmente chiuse da novembre a metà marzo. In un paese caratterizzato da monti, freddo, neve e scarsissimo riscaldamento il sistema serve per risparmiare inutili tormenti agli alunni. Fanno eccezione le scuole private. La scuola di Mahla Davi è a una decina di chilometri dalla città in un distretto agricolo nei pressi del fiume. È stata fondata da Brac, Ong  del Bangladesh vicina al premio nobel Mohammed Junus. La scuola paga i suoi insegnanti ed è organizzata su due torni di sei mesi ciascuno, che insieme rispondono alla domanda di 500 alunni. È, cosa rara in Afghanistan, una scuola mista ed ogni classe accoglie fino a 40 bambini. Non ci sono banchi, né strumenti didattici e gli alunni seguono la lezione seduti per terra a gambe incrociate. Ognuno mostra orgoglioso un quaderno e un portamatite regalatogli dai generosi, e altrettanto poveri, bengalesi.

Per Vento di Terra da Herat Massimo Annibale RossiImageImageImageImageImageImageImage

Il cuore Hazara dell’Afghanistan

Gli hazara hanno caratteri mongoli e le teorie prevalenti li vogliono discendenti delle armate di Gengis Khan. Sono stanziati nella regione centrale dell’Afghanistan, in particolare nell’Hazarajat e rappresentano il 20 % della popolazione. Sono particolarmente invisi ai pashtun, che li hanno sottomessi e a tratti perseguitati. Attorno ad Herat ci sono più comunità hazara.

Sono in maggioranza di religione scita ed alcuni gruppi si sono rifuguati in Iran durante la guerra civile. Il loro leader carismatico –Abdul Ari Mazari- fu giustiziato dai talebani. Ad Andisha vivono 7500 persone, giunte qui nel 2010 da varie regioni centrali del paese. Sono stanziati alla periferia ovest della città, in un’area semidesertica. Ma quali sciti nuovi arrivati sono invisi alla popolazione locale.

Andisha dipende dal distretto di Gazara e possiede un Consiglio di villaggio, che tuttavia Imagenon ha potere amministrativo. Non ha strade asfaltate, né servizi. Nel desolatissimo e polveroso viale centrale è sistemato un pomposo chiosco azzurro. La scuola primaria è provvisoriamente sistemata in alcuni negozi e ricoveri. Si fa inoltre, quando possibile, lezione all’aria aperta. Gli hazara tengono nella massima considerazione l’istruzione e chiedono una scuola.

Al margine del villaggio c’è un laboratorio di tappeti. Ci lavorano 5 donne e una bimba. Quando entriamo, non alzano neppure la testa per guardarci; continuano veloci e precise il lavoro. Per terminare un tappeto in lana di 4 per 3 metri ci vogliono 2 mesi. I tappeti vengono venduti a Herat da un commerciante locale a 300 $. Quanto queste donne possano guadagnare è evidente. Sono giunte a Hadisha per lavorare, affidate alla comunità dalle famiglie, probabilmente a riscatto. Non escono mai, lavorano dall’alba fino a notte, dormono e mangiano in uno spazio di forse 20 m2. Il telaio è manuale, come nel mondo pre industriale, ma la loro opera costa talmente poco da essere ugualmente stesso redditizia.

I gesti sono meccanici, la spoletta ritma le loro infinite giornate di lavoro. La bimba è l’unica che dopo un po’ abbia il coraggio di lanciarci uno sguardo. A loro, con tanto affetto l’ultimo pensiero di questa lunga giornataImageImage

Cronache da Herat

Ad Herat si respira un’aria più distesa rispetto a Kabul. Ciò non significa stia regnando la calma. L’area  sotto controllo militare non supera i 40 chilometri dal capoluogo, 360 mila abitanti, in una provincia che ha un’area di 54.700 km2. Herat è la terza città dell’Afghanistan ed ha un’importanza strategica, confine con l’Iran e il Turkmenistan, ed economica primaria. Il compound del Provincial Reconstruction Team (PRT) gestito dai militari italiani è stato attaccato e distrutto nel maggio 2011, provocando 5 morti e numerosi feriti. Herat, con una forte minoranza scita, non è mai stata una roccaforte talebana. Qui si muovono tuttavia milizie e clan, in una galassia di gruppi armati che ancora appare inestricabile. I Mujahidin islamici sono i più numerosi e meglio armati…  Ma un problema sempre più acuto sono i predoni. Si tratta di gruppi arroccati nei villaggi di montagna, specie nella parte settentrionale della provincia verso in confine con il Turkmenistan, che assaltano convogli e singoli mezzi. Sono presenti anche a sud e si sono specializzati in rapimenti, sia ai danni degli internazionali che di facoltosi afghani. La tecnica è semplice ed efficace: tallonano il target con un primo mezzo 4 x 4, poi lo affiancano e lo speronano con un secondo. Il target è costretto a fermarsi e o fa fuoco, ma non succede quasi mai, o subisce l’azione. Un ostaggio occidentale vale minimo 500 mila €.

La chiave per comprendere il contesto sono i clan e i gruppi tribali. Qui dal ’92 al 96 ha regnato  Ismail Khan, signore della guerra di origine tagika, che ha costituito una sorta di emirato. Si ispirava ed era sostenuto dai vicini iraniani. Ex comandante mujiahidin durante la guerra contro i sovietici, è divenuto famoso per aver imposto il controllo della verginità alle ragazze trovate fuori casa. In seguito è diventato governatore con Karzai ed ora ricopre lo scranno di Ministro dell’Energia e dell’Acqua. Ad Herat si sostiene stia riarmando le sue milizie, giunte in passato a 25 mila uomini, come del resto gli altri war lord, in attesa del ritiro delle truppe Isaf a fine 2014. Che le milizie si stiano riarmando, è rivelato dal prezzo locale dei Kalashnikov, salito da 300 a 1000 euro.

L’altra figura di rilievo della Provincia è il Governatore Daud Shah Saba, di origine pashtun e per anni residente in Canada. È considerato progressista ed è stato oggetto di numerosi attentati. Gli attentati si riducono durante l’inverno ed hanno il proprio acme nei mesi di maggio e giugno. Due anni fa in questo periodo Herat ha registrato un attentato la settimana. Nell’agosto 2012 una bomba caricata su di una bicicletta è esplosa al mercato provocando decine di morti e feriti. Dopo tre decenni di guerra e di stragi, il valore della vita in questo paese sembra essere sceso notevolmente. Si uccide per vendetta, si uccide per prevenire una ritorsione, si uccide per potere o per fanatismo. Il fiume di sangue non si è mai interrotto e le strutture governative sono i primi bersagli. In particolare lo sono i poliziotti afghani, tra i quali il numero delle vittime annuale è a tre cifre.

Se oggi Herat rappresenta una delle città più ricche del paese, anche grazie ai proventi delle dogane con Iran e Turkmenistan, le conseguenze della sostanziale paralisi politica è evidente nelle campagne. Molti gli indigenti, specie in inverno le persone denutrite. Ancora altissimo il livello di mortalità infantile, sono endemiche la dissenteria, malaria, poliomelite.

Nei villaggi non è raro incontrare persone affette dalla lebbra. Non sono confinati come in India, ma vivono con gli altri. Si dice che la forma locale sia poco aggressiva e difficilmente trasmissibile. Viaggiando verso il confine iraniano ho visto un gruppo di bimbi che attorniavano un ragazzo più grande, coperto di stracci. Il ragazzo aveva una strana smorfia sul viso. Guardano meglio mi sono accorto che aveva la faccia devastata dalla lebbra ed era cieco…

La presenza dei militari italiani nella provincia si è fatta molto discreta. In realtà la sicurezza è già gestita direttamente dagli afghani. Ho incontrato un anziano mullah sunnita a Karuh, a una quarantina di chilometri da capoluogo. Ha trascorso l’esistenza a studiare il Corano e conosce bene anche le altre religioni. Sottolinea il fatto che le tre religioni monoteistiche preghino lo stesso Dio e ciò che hanno in comune. Non ha nessuna nostalgia né del tempo della monarchia, né dei talebani. La “democrazia è un gran  bene” e le scelte devono essere fatte dal popolo, non da chi non è eletto. Conosce i Padri della chiesa cattolici, quanto il pensiero di Martin Lutero. Non considera gli stranieri “truppe di occupazione”, ma un aiuto esterno che è stato utile e che tuttavia ha svolto la sua missione. “In estate non dovete darci cappotti, come in inverno non ci serve il ghiaccio”. Forse è ora di andarsene…

Ieri ho incontrato i docenti d’inglese del distretto di Ghoryan, a una sessantina di chilometri ovest di Herat. Mi chiedevano corsi di aggiornamento, materiale didattico, strumenti d’insegnamento e Pc. Se in molti luoghi, in particolare nei distretti di montagna, la società pare ferma al XV secolo, altrove si diffonde la coscienza della necessità di un rinnovamento e del contatto con l’esterno. È un processo complesso, che si snoda sotto costante ricatto armato da parte dei talebani, che avevano vietato alle bimbe persino la scuola primaria. È indicativo che tra gli intervenuti, ci sia stata una professoressa di un villaggio vicino. Non hanno la scuola e alcune classi sono costrette a fare lezione sotto le tende. Con la voce tremolante, ma con parole decise, è intervenuta da pari ai colleghi maschi. Un segnale importante. Da Herat Massimo Annibale RossiImageImageImageImageImage